Poletti: autoritratto

Poletti: autoritratto

Edmondo Poletti

(Novara 1908-Ghemme (Novara) 1979)

Autoritratto con tavolozza e nudo

1931

Olio su tela, cm 77 x 62

Firmato e datato in basso a destra: POLETTI / ‘31

Pittore e scultore formatosi sostanzialmente da autodidatta, pur mostrando i segni di una cultura di respiro europeo – numerosi sono i viaggi e le permanenze all’estero, in particolare a Londra e in Olanda, nonché le mostre in gallerie europee e newyorkesi –, rimane per tutta la sua carriera profondamente legato alla città di origine, Novara, dove per molti anni e fino al 1961 la sua soffitta studio di via Pier Lombardo è anche il vivace luogo di incontro di un attivo cenacolo culturale che abbraccia pittori, scultori, musicisti, poeti, giornalisti e non solo.

Artista di spiccata sensibilità, Poletti registra il costante mutare delle atmosfere e del linguaggio artistico nel corso di tutta la sua lunga carriera. Gli esordi, che datano alla metà degli anni ’20, sono nel segno delle atmosfere novecentiste che a cavallo tra il terzo e il quarto decennio del secolo rappresentano una delle principali linee della figurazione in Italia e in Europa. Poletti vi aderisce con un suo segno personale che sembra accostarsi ora ad Achille Funi, o a Mario Tozzi o a Gisberto Ceracchini, senza mai esserne completamente assimilabile. Così, ad esempio, nel notevole e precoce Autoritratto con la madre datato 1929 il novecentismo viene declinato con un efficace tratto algido e cerebrale che sintetizza i volumi, dove però l’evidenza dei piani, pur nella stesura piatta delle pennellate, e l’insistita modulazione luministica tradiscono una vena incline più all’espressionismo che alla compostezza classicista. Così, questo autoritratto – probabilmente volutamente ‘allo specchio’ dato che la tavolozza è nella mano destra -, di poco successivo, nella solida costruzione plastica si lega ancora al linguaggio novecentista e arcaizzante, ma qui la pennellata densa si fa fratta, materica, e la tavolozza risulta smorzata sui bruni e grigi neri, per accendersi solamente sulla giacca del pittore e sulla tavolozza di sbavature ocra, azzurre e rosse, e nelle lumeggiature bianche che, in particolare, segnano la fronte. Questa materia spessa, brumosa, quasi inanimata e avvolta in un’atmosfera scabra e cerulea si avvicina ora alla sensibilità espressionista di Mario Sironi, pur non volgendosi al suo severo monumentalismo primordiale. Si concentra invece sulla dimensione intima, introspettiva, del pittore al lavoro, in un resoconto diaristico – numerosi saranno gli autoritratti – che ne congela il gesto e ne indaga la spessa trama psichica e umana.

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