Salvator Rosa

Napoli 1615-Roma 1673

Teschio urlante

1640-1645 ca.

Olio su tela, cm 24 x 19.3

 

 

 

 

 

La piccola tela raffigura un teschio in atto di urlare (o ghignare), con la bocca spalancata e pochi capelli grigi ancora in testa. Reso con rapidi tocchi di materia densa, secondo un taglio molto ravvicinato, isolato su un fondo bruno rossiccio e illuminato da una luce radente, questo ritratto si riallaccia al ben noto tema della vanitas di matrice nordica, ma evoca anche il clima stregonesco dei sabba, un genere pittorico introdotto in Italia dalla diffusione delle stampe olandesi. I capelli leggermente mossi dal vento ed il balenio di riflessi rossi entro le orbite oculari danno al cranio un’inquietante forma di vita e di movimento, facendone quasi l’immagine tipicamente barocca di una metamorfosi, l’incubo di un morto che ritorna o di un vivo che si trasforma in scheletro, una strega, una gorgone sul punto di pietrificare l’osservatore, un’anima dannata nel momento di essere risucchiata agli inferi.

Il carattere colto ed ironico di questa rappresentazione –un divertissement– , l’allusione al magico ed allo stregonesco, unitamente ad una stesura materica, ai colori caldi, bruni e rossicci, alla resa dei capelli grigio azzurri con una tecnica vicina a quella napoletana di Ribera (1591-1652) e di Francesco Fracanzano (1612-1656), riconducono questo brano alla produzione eccentrica e grottesca di Salvator Rosa, artista la cui fantasia prolifica ci ha lasciato svariate prove di soggetti inusuali trattati nei più vari formati e supporti.

A partire almeno dagli anni fiorentini del Rosa (1640-1650) i teschi si fanno ricorrenti in dipinti e disegni, quando la presenza della testa di morto quale emblema di melanconica meditazione sulla vanitas diviene quasi un tratto distintivo dell’artista e della sua poetica (Ebert- Schifferer 2008). In questa funzione lo ritroviamo nel celebre Ritratto di filosofo del Metropolitan Museum di New York (Volpi 2014 , n.140, p. 465), nel dipinto della Filosofia morale di Caldaro (Volpi 2014, n. 159, p. 477), e ancora oltre, in numerosissimi quadri del periodo romano (1650-1673) (il Democrito di Copenaghen, Statens Musuem, o la Fragilità Umana di Cambridge, Fitzwilliam Museum per citare i più rinomati esempi). Anche tra le prove grafiche degli anni fiorentini l’immagine del teschio è riproposta accanto ad enigmatiche figure di filosofi o di vecchie streghe (Mahoney 1977, nn. 13.3, 25.14).

La vena grottesca, immaginaria e corrosiva della fantasia del pittore ebbe modo di esprimersi con particolare successo negli anni toscani soprattutto nella realizzazione di stregonerie, genere eccentrico di origini nordiche cui il Rosa si dedicò a diverse riprese, per committenti colti toscani (i Niccolini, i Corsini e Carlo De Rossi), si tratta di una produzione destinata per lo più a studioli od ambienti ristretti, eseguita su supporti spesso preziosi (lavagna, rame, pietra paesina), in formati ridotti (Langdon 2010).

Al contempo, assorbito dalla pratica teatrale con i compagni dell’Accademia dei percossi, Salvator Rosa dava vita ad un nuovo genere di ritratto pittorico, le così dette “testacce”, ovvero studi in pittura e in disegno di pose, espressioni, caratteri tratti dall’osservazione teatrale e destinati per lo più ad amici intellettuali, letterati, attori e musicisti (Ritratto di poeta, coll. priv. Volpi 2014 , n. 428, p. 428, Ritratto di filosofo, ubicazione ignota, Volpi 2014 , n. 84, p. 429,  Ritratto, Roma, coll. priv, Volpi 2014 , n. 115, p. 449, Ritratto di poeta, Strasburgo, Musée des Beaux Arts, Volpi 2014 , n. 151, p. 472), opere condotte di furia, con uno stile corsivo, una pennellata veloce e materica ed economia di colore. La piccola tela con il Teschio si colloca a metà strada tra i generi appena descritti, riproposti e reinventati dal Rosa già a partire dai primissimi anni fiorentini (1640-1645).

Questo eccentrico ed inquietante cranio che sembra urlare e ridere al contempo, e prendere vita e forma in un’agghiacciante strega, uno zombie o una mummia, è opera di una geniale e scatenata fantasia capace di operare una sintesi formale e concettuale tra diverse fonti elaborate tra Napoli, Roma e Firenze. L’urlo grottesco, di cui il Prometeo di Salvatore oggi conservato al Museo Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini è forse il punto di arrivo più alto, viene studiato dal pittore a Napoli, sui modelli del suo maestro Falcone (Aniello Falcone, Studio di testa urlante, Brema, Kunsthalle, cfr. Volpi 2014 , p. 33) e del Ribera, e a Firenze, nelle collezioni medicee ove era conservato il celebre disegno di mano di Michelangelo raffigurante l’Anima dannata e lo scudo con Testa di Medusa del Caravaggio (si veda Volpi 2014 , p. 33, 195).

Rosa tornerà sul motivo del teschio parlante (o meglio cantante) nella Vanitas dipinta sulla cassa di un clavicembalo di proprietà dei Maffei, famiglia a cui l’artista era legato da profonda amicizia e di cui era sovente ospite nella tenuta di Monterufoli (oggi conservato ad Haddo House, cfr. Volpi 2014 , n. 227, p. 529), forse databile all’ultimo soggiorno del Rosa in Toscana, nel 1649. Il presente Teschio mostra tuttavia uno stile ancora giovanile, molto legato alle esperienze napoletane, ancora poco influenzato dal disegno toscano, lo stesso ductus pittorico e la stessa tavolozza di opere databili alla prima metà del quinto decennio. Pur nell’oggettiva difficoltà di stabilire l’esatta collocazione cronologica di questo scherzo grottesco è possibile rilevarne le strette affinità stilistiche con opere degli anni Quaranta quali la Strega dei Musei Capitolini e soprattutto, per analoga tavolozza e simile urlo, con la Strega già Altomani (Volpi 2014 , n. 158, fig. p. 167), di cui questa piccola tela sembra quasi un pensiero, un appunto preparatorio, una prima idea poi mutata in forme di un’impressionante monumentalità.

Rosa continuò a proporre anche in seguito, negli anni Cinquanta, immagini di streghe e di mostruosità inquietanti in gran parte ispirate ai modelli elaborati negli anni fiorentini, come nel caso della Stregoneria di collezione Corsini a Firenze del 1655 (Volpi 2014 , n. 137, p. 166) ove la strega urlante con una facella in mano ricompare in secondo piano a sinistra; si tratta tuttavia di dipinti più elaborati e costruiti –come dimostrano anche i disegni preparatori-, di stile maturo, lontani dalla spontanea ed enigmatica immediatezza del nostro piccolo Teschio.

Il carattere giocoso, lo stile abbreviato e le piccole dimensioni sembrano indicare come possibile primo destinatario della tela qualche amico toscano dell’artista, forse quegli stessi Maffei per i quali Salvatore dipinse la cassa del clavicembalo nonché numerosi piccoli quadretti raffiguranti non meglio specificate teste e mascherate (Volpi 2014 , pp. 636-637) entro cui si perde una possibile citazione inventariale di questo ironico e terrorizzante Teschio di strega.

Caterina Volpi

 

Bibliografia specifica:

Inedito

 

Bibliografia di riferimento:

 

Mahoney 1977

M. Mahoney, The Drawings of Salvator Rosa, II vols., New York – Londra, 1977.

 

Ebert- Schifferer 2008

S. Ebert – Schifferer, Il teatro filosofico della vanità: le iconografie di Salvator Rosa, in Salvator Rosa tra mito e magia, catalogo della mostra (Napoli aprile-giugno 2008), Napoli 2008, pp. 66-82.

 

Paliaga 2009

F. Paliaga, Pittori, incisori e architetti pisani nel secolo di Galileo, Pisa 2009.

 

Langdon 2010

H. Langdon, Witches, in H. Langdon con X. Salomon e C. Volpi, Salvator Rosa, catalogo della mostra (Londra e Fort Worth, settembre 2010-marzo 2011), Londra 2010, n. 23, p. 178.

 

Maciocie De Nile 2010

S. Macioce, T. De Nile, Influssi nordici nelle Stregonerie di Salvator Rosa, in S. Ebert-Schifferer, H. Langdon, C. Volpi, a cura di, Salvator Rosa e il suo tempo, 1615-1673, atti del convegno internazionale (Roma, gennaio 2009), Roma 2010, pp. 139-158.

 

Volpi 2014

C. Volpi, Salvator Rosa (1615-1673) “pittore famoso”, Roma 2014.

 

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