Favre: marmo Schliemann

Favre: marmo SchliemannMaurice Constant Favre

Busto di Heinrich Schliemann

1918

Marmo, 100 x 75 x 63 cm

base: 109 x 74 x 81 cm

Firmato e dato “Maurice FAVRE 1918” sul basamento, in basso a destra

Provenienza: Parigi, collezione privata

Archivi consultati: Parigi, Musée d’Orsay; Boulogne Billancourt, Musée des années Trente; Neubukow, Museo Schlimann; Atene, Scuola francese d’archeologia; Atene, Biblioteca Gennadius; Athene, Istituto tedesco d’archeologia; Parigi, Assication pour l’encouragement des études gréques; Berlino, Staatlische Museen.

 

Riapparso recentemente sul mercato antiquario, questo busto post-mortem inedito, raffigura l’eccentrico uomo d’affari tedesco Heinrich Schliemann (Neubukow 1822-Naples 1890). Da piccolo commerciante, riesce in breve tempo a costruire un impero economico grazie al commercio dell’oro e soprattutto dell’indaco, venduto all’armata russa durante la Guerra di Crimea per tingere le uniformi. L’agio economico permetterà a Schliemann di dedicarsi alle sue grandi passioni : il viaggio, le lingue e soprattutto la cultura classica che studia per un anno alla Sorbona, nel 1866. Dopo un primo viaggio in Grecia nel 1868, decide di ritirarsi dagli affari per consacrarsi pienamente ad una grande avventura : partire alla ricerca dei luoghi descritti nei testi omerici, di cui è grande conoscitore. Nonostante il suo statuto di archeologo autodidatta, spesso contestato dal mondo scientifico, Schliemann sarà all’origine di una serie di scoperte archeologiche eccezionali, in particolare le antiche città di Troia (1870), le cui mura furono identificate sulla  collina di Hissarlik in Turchia; di Micene (1876), di Orcomene (1880) e Tirinto (1884).

Il busto qui presentato, firmato e datato sul basamento, è l’opera dello scultore e medaglista francese Maurice Constant Favre (Saint Maurice 1875 – Parigi 1919). Attivo a Parigi a cavallo tra il XIX° e il XX°, l’artista si forma all’Accademia di Belle Arti di Parigi sotto la direzione di Ernest Barrias, Pierre Jules Cavalier e Félix Coutan, al cui insegnamento affianca quello meno istituzionale proposto dall’Académie Julien, una tra le più celebri accademie « libere » di Parigi. Nel 1896, poco più che ventenne, Favre espone per la prima volta al Salon des artistes français (SAF) dove presenta il Busto di mademoiselle Louise Tresal, un medaglione in marmo che otterrà una mention honorable. Forte di questo riconoscimento si espone nuovamente nel 1898 con il Ritratto del colonnello Turnèse e nel 1899 con il Busto di Madame de B., riscuotendo per entrambi un certo successo di pubblico. Si tratta delle prime prove di una lunga serie di ritratti in marmo – genere nel quale si specializzerà anche grazie alla frequentazione d’importanti salotti parigini e di un certo milieu mondano – eseguiti nel primo decenni del XX° secolo[1]. Non mancarono le committenze prestigiose come quella del barone Edmond de Rotschild, per il quale realizzza nel 1907 la statua intitolata Rimpianto (gesso, opera firmata, H 1,55m, Parigi, Petit Palais), raffigurante il poeta Alexandre Ducros. L’opera, che otterrà la medaglia d’argento al salon dello stesso anno, avrà l’onore d’essere presentata anche alla Royal Academy di Londra l’anno seguente. Fu certamente in quella occasione che fu notata dai reali d’Inghilterra, il re Edoardo VII (1901-1910) e la regina Alexandra, ritratti nel 1909 in un gruppo bronzeo.

Tra il 1909 e il 1918 Favre esegue una serie di commissioni statali, destinate alla realizzazione di ritratti commemorativi, consacrati ad importanti figure pubbliche francesi : uomini politici (Camille Pelletan, Frédéric Passy, premio Nobel per la Pace, 1913; Gustave Mesurer, primo presidente del partito radicale, 1913) ; eroi militari della prima guerra mondiale (generale Bailloud, 1912 ; generali Mallterre, 1917 ; Maunoury, 1917, Museo d’Orléans ; Niox, 1917) ; intellettuali. E’ probabilmente in uno dei più noti salotti parigini dell’epoca, quello di Madame de Arman de Caillavet, che avviene l’incontro con il celebre scrittore Anatole France, del quale realizzerà, nel 1918 uno tra i suoi più importanti ritratti.

E’ in questo contesto che deve essere inserito anche il ritratto di Heinrich Schliemann. Infatti, pur non disponendo ancora in questa fase della ricerca di un riscontro documentario, è legittimo immaginare l’opera come il risultato di una commissione ufficiale (per esempio da parte dell’istituto archeologico francese di Atene ?). Eseguito ben ventotto anni dopo la morte del tedesco, il ritratto non puo’ che essere commemorativo e realizzato probabilmente a partire da materiale fotografico. Sull’esempio di quanto già elaborato in opere precedenti (Busto di Frédéric Passy, Busto di Anatole France), Favre abbandona il tradizionale formato del busto ad erma tradizionalmente associato all’iconografia schliemanniana secondo il modello prescelto dallo scultore tedesco Richard Grüttner nel ritratto eseguito negli anni 1860-1870ca.

In quest’opera, l’artista francese opta per un più moderno formato orizzontale, nel quale Schliemann, in abiti contemporanei, sembra contemplare con compiacimento una piccola statuetta acefala antichizzante, evidente riferimento ai suoi successi archeologici. La scelta di una raffigurazione più contemporanea si ritrova anche nel monumento realizzato nel 1895 a Schwerin, nella regione d’origine di Schliemann, dallo scultore tedesco Hugo Berwald-Schwerin e nel busto conservato al museo archeologico nazionale di Atene.

Il ritratto di Favre risente di una forte ispirazione rodiniana, riscontrabile soprattutto nell’utilizzo del non finito del busto che sembra sorgere dal blocco di marmo. Tale composizione, molto imitata nei primi due decenni del XX° secolo, era stata codificata da Rodin a partire dalla fine degli anni 1890, grazie ad una serie di celebri busti mondani e commemorativi (si vede a tale proposito il Busto di Malher, 1895).

Il carattere frammentario, quasi archeologico, assunto in questo modo dall’opera finisce per diventare attributo stesso del soggetto, insieme alla statuetta che tiene nelle mani.

Realizzata nel 1918, una anno prima della scomparsa di Favre, l’opera è probabilmente una delle ultime creazioni dell’artista.

Barbara Musetti

[1] Alcune delle sue opere di piccolo formato e tematica di genere, come Il canto della filanda, sono state realizzate in diverse dimensioni, anche in bronzo ed avorio.

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