Giorgio Szoldatics

(Roma 1873 – 1955)

Autoritratto

1900-05 ca.

Olio su tela, 74 x 59 cm

Firmato in basso a destra: “G Szoldatics”

 

La produzione di Giorgio (italianizzato dall’ungherese György) Szoldatics, attivo a Roma tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, continua a sfuggire alle rigide etichette della letteratura storico-artistica, poiché caratterizzata da un’armoniosa fusione tra la “bella pittura” della tradizione italiana e le istanze moderniste del suo tempo.

Figlio del pittore ungherese specializzato in arte sacra Ferenc Szoldatics (Balatonalmádi 1820 – Roma 1916), «l’ultimo dei Nazareni»[1], Giorgio Szoldatics apprese il mestiere dal padre, rileggendo la pittura religiosa al filtro della lezione di Domenico Morelli, da cui deriva pure l’approccio simbolista ai soggetti. Nel primo decennio del Novecento la sua tecnica andò rinnovandosi profondamente, grazie soprattutto alla partecipazione attiva al dibattito artistico della Capitale, dove in breve tempo si affermò come uno dei più apprezzati ritrattisti dell’alta società, dividendo il primato con influenti interpreti della mondanità quali Camillo Innocenti e Arturo Noci.

Oltre ad esporre con assiduità ad importanti mostre italiane e internazionali, dagli appuntamenti annuali della “Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti in Roma” alle biennali veneziane, Szoldatics frequentò alcuni dei più importanti pittori del suo tempo, tra cui l’amico Giacomo Balla. Dal pittore torinese mutuò sia l’adesione alla tecnica divisionista[2], sia la predilezione per ardite inquadrature di taglio fotografico, soprattutto nei ritratti e in particolare nei primi piani, ma anche negli autoritratti, simili nell’impostazione agli autoscatti.

Il dipinto qui presentato si colloca all’interno di un nutrito corpus di autoritratti che Szoldatics eseguì nel corso della sua carriera; tra questi, vanno segnalati il Ritratto dell’autore con una sua allieva presentato all’Esposizione Internazionale a Valle Giulia nel 1911[3], la tela del 1914 recentemente apparsa sul mercato antiquario con il titolo Pittore con la moglie di Giacomo Balla (già nota in una versione antecedente illustrata nel lusinghiero articolo di Paolo Orano per la rivista “Aprutium”[4]), in cui è evidente l’affinità con la concezione del ritratto del Balla prefuturista, e l’Autoritratto del 1922 nelle collezioni dell’Accademia di San Luca, donato dall’artista a seguito della sua nomina ad accademico di merito per la classe di pittura nel 1919[5].

In questo Autoritratto, databile al primo lustro del Novecento, Szoldatics si presenta allo sguardo dell’osservatore coperto da un mantello con cappuccio che sembra rimandare all’iconografia di Giordano Bruno, il cui celebre monumento in Piazza Campo de’ Fiori realizzato da Ettore Ferrari era stato inaugurato solo pochi anni prima, nel 1889. Strettamente legato all’ambiente ecclesiastico più conservatore, di cui diventerà stimato ritrattista, il giovane Szoldatics si sarebbe quindi rappresentato in una veste fortemente provocatoria. Più convincente risulta pertanto ricollegare l’abbigliamento indossato dal giovane artista all’ambito delle confraternite religiose e, in particolare, alla temperie culturale dei Nazareni, fondatori della Lukasbund, la Confraternita della Lega di San Luca. Non è infine da escludere che nell’Autoritratto in esame sia da riconoscere un omaggio a Dante (già caro, del resto, agli stessi Nazareni). Il pittore, infatti, fu tra gli illustratori della celebre edizione Alinari della Divina Commedia, pubblicata a Firenze tra il 1902 e il 1903[6].

 

[1] B. Biró, Francesco e Giorgio Szoldatics, in “Corvina”, 1940, n. 2, p. 114.

[2] Per un approfondimento sul rapporto di Szoldatics con la tecnica divisionista, si veda P. Orano, Il meraviglioso colorista romano Giorgio Szoldatics, in “Aprutium: Rassegna Mensile di Lettere e d’Arti”, 1913, fasc. X-XI, pp. 509-523, in particolare pp. 512-515.

[3] Ripr. in V. Pica, L’arte Mondiale a Roma nel 1911, Bergamo 1913, p. 335.

[4] Orano 1913, cit.

[5] M. Carrera, scheda dell’opera in V. Sgarbi (a cura di), Da Raffaello a Balla: Capolavori dell’Accademia Nazionale di San Luca, Bard 2017, p. 230.

[6] Per un approfondimento, si veda C. Sisi (a cura di), La Commedia dipinta: i concorsi Alinari e il Simbolismo in Toscana, Firenze 2002.

 

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