Ennio Belsito

(notizie tra il 1901 e il 1948)

 La cantatrice cinese, 1909

Olio su tela cm 189 x 90

Firmato in basso a sx: ‘E Belsito’

Sul retro etichetta della Prima mostra d’arte coloniale, 1931, con titolo: La cantatrice

 

Bibliografia specifica

Società degli Amatori e Cultori di Belle Arti in Roma. LXXIX Esposizione Internazionale di Belle Arti. Catalogo Illustrato, Roma 1909, p. 28, rip.; I Mostra Internazionale di Arte Coloniale. Catalogo, Roma 1931, p. 336.

 

Bibliografia di riferimento:

R. Papini, Prima mostra internazionale d’arte coloniale, in «Emporium», 74 (1931), p. 281; M. Quesada, Storia della Secessione romana, in Secessione romana 1913-1916, Roma 1987, p. 9; F. Matitti, Giovanni Prini. Dal simbolismo alla secessione 1900-1916, Roma 1998, p. 70.

 

Esposizioni

LXXIX Esposizione Internazionale di Belle Arti, Roma 1909, Sala E, n. 90; I Mostra Internazionale di Arte Coloniale, Roma 1931, Sala XXXIX, n.10.

 

Il dipinto fu esposto per la prima volta nel 1909 alla LXXIX mostra della società promotrice romana degli Amatori e Cultori di Belle Arti, accanto a La ninna-nanna e Ragazze cinesi, e riprodotto in catalogo. Si tratta di una delle migliori testimonianze pittoriche della poco nota opera di Ennio Belsito, fratello di Orazia, pittrice, poetessa e figura femminile di spicco negli anni del fascismo, moglie del celebre scultore genovese – ma romano d’adozione – Giovanni Prini (1877-1958).

Figlio del genovese Giuseppe Belsito, comandante di Marina mercantile, interessato soprattutto a tessere relazioni commerciali con l’estremo oriente, Ennio accompagna suo padre nei viaggi in Cina, in particolare a Macao (dove il comandante morirà nel 1920), forse sedotto dall’esotismo dei luoghi o, più semplicemente, per seguirne le orme in campo professionale. L’attività di Belsito in questo frangente si rivela molto importante, oltre che interessante, poiché documenta, per mezzo della pittura, la cultura e i costumi cinesi nel cruciale momento di cambio di regime seguito alla fine del millenario impero. In tal senso sarà apprezzato anche dagli ambienti ufficiali italiani, come evidente dall’acquisto da parte dello Stato dell’opera La visita nel 1931, conservata presso la sede del Ministero dello Sviluppo Economico, a Roma.

Da un punto di vista stilistico, il dipinto si inserisce perfettamente nel clima romano del primo decennio del secolo, volto al superamento del realismo di marca bozzettistica impiegato per opere in costume come questa e che aveva caratterizzato buona parte della pittura della seconda metà dell’Ottocento; allo stesso tempo, esso è un ritratto che si distanzia dalle seduzioni preraffaellite – e in generale inglesi – dello scorcio del secolo. Le forme solide e compatte della figura, la stesura sintetica costruita per pennellate spesse che, tuttavia, non rinuncia alla cura nella resa del dettaglio, la stessa composizione della figura stante su un fondale decorato, ne fanno un prodotto tipico della stagione romana di apertura alle secessioni internazionali o, per lo meno, a un moderato modernismo. Questo è evidente, ad esempio, nell’attenzione agli aspetti ornamentali del costume, dell’acconciatura, dei mobili e dei pannelli raffiguranti piante e animali (forse una serie di rotoli appesi) che compaiono alle spalle dell’effigiata e che ne costituiscono lo sfondo. È anche nel contrasto creato tra il fondale decorato e il semplice tessuto azzurro dell’abito della protagonista che si rivela uno dei topoi del ritratto contemporaneo di marca secessionista, confrontabile con i molti riprodotti sui cataloghi delle esposizioni coeve. Tuttavia, a ben guardare, l’impaginato scelto da Belsito sembra anche ricalcare le fotografie che dalla metà del XIX secolo riproducono i costumi cinesi della dinastia Qing che presentano spesso donne abbigliate secondo la moda della Manciuria di quegli anni riprese nei propri ambienti domestici, in posa davanti a pannelli decorati o arredi tipici, come nel dipinto in esame. Queste immagini tradiscono lo sguardo coloniale e in fondo imperialista con cui l’Europa guardava a quei mondi lontani, sguardo che, del resto, è lo stesso che in filigrana trapela dal lavoro di Belsito. L’opera del pittore, infatti, testimonia un’attenzione nei confronti del levante ancora in linea con l’orientalismo ottocentesco, non connessa dunque con la metamorfosi dei linguaggi (si pensi ad esempio al modello giapponese nella genesi della pittura moderna), quanto con la documentazione, si potrebbe dire antropologica, dei costumi, squisitamente documentaristica.

In questa prospettiva, il dipinto si inserisce in una serie di opere realizzate tra la fine del primo decennio e l’inizio degli anni Dieci del Novecento, cruciali nella storia cinese (vale a dire il momento dell’avvento della repubblica), tra i quali si possono annoverare – fra quelli testimoniati dalle fonti – L’oroscopo, presentato all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma 1911; Ozi cinesi, esposto alla Mostra dell’arte giovanile di Napoli del 1912; Signora cinese, alla seconda Secessione romana del 1914.

Al di là degli aspetti puramente documentari, l’attenzione di Belsito alla cultura cinese si inserisce in un clima di generale fascinazione per il mondo orientale che trova la sua origine già alla fine del XVIII secolo e che si rinverdisce con la passione per l’esotico tipica della stagione liberty italiana. Basti pensare, in questo senso, alla riforma delle arti applicate ispirate a modelli asiatici operata da Carlo Bugatti o all’attività decorativa di Galileo Chini a Bangkok o, ancora, ai numerosi dipinti dedicati da Mario Cavaglieri alla propria collezione di cineserie, esattamente negli stessi anni. Nello specifico, poi, gli eventi politici che la coinvolgono, portano la Cina alla ribalta e all’attenzione degli artisti anche per mezzo delle più importanti riviste del momento, come testimonia un servizio uscito nel 1912 su Emporium a firma di Giuseppe de Luigi. Come rivela anche il dipinto, questa attenzione all’Oriente si presenta quasi come una necessaria evocazione di un mondo ininterrottamente visto come in bilico tra sogno e realtà, alimentata dalle trasformazioni della società contemporanea – in una Italia ormai pienamente industriale – e dunque modo ideale per evadere da un qui ed ora sempre più prosaico. L’attenzione italiana all’esotismo orientale è ben rappresentata in questi termini dalle scelte di Giacomo Puccini in Madama Butterfly e soprattutto, per quel che concerne l’opera in esame, Turandot, ambientata nell’antica Cina, così come – allargando lo sguardo, pur rimanendo in campo musicale – Le Rossignol di Igor Stravinskij, messo in scena dalla compagnia dei Balletti Russi nel 1914.

Belsito continuerà a dipingere soggetti cinesi per il resto della sua vita. La presenza alla Prima mostra di arte coloniale del 1931 con otto opere (tra cui La cantatrice) dedicate alla vita della Cina portoghese, da una parte conferma la sua importanza di artista teso alla documentazione dei costumi locali, dall’altra offre la panoramica per noi più completa della sua produzione. I dipinti riprodotti sul catalogo della mostra del 1931, così come quelli pubblicati nella recensione dell’esposizione su Emporium, presentano il ritratto di un artista ormai sempre più lontano dalla pittura europea e viceversa assorbito dai linguaggi orientali. Le testimonianze fotografiche delle opere più tarde, al confronto con il dipinto in esame, lasciano emergere – seppure in una impaginazione che rimane simile ­– la tipica resa standardizzata dei lineamenti e delle forme della pittura cinese. La rigidità delle pose e la minuzia descrittiva di questi lavori tardi, quantunque interessanti, fanno risaltare per contrasto la grande qualità del lavoro del 1909 qui in esame e ne confermano il valore di capolavoro all’interno dell’ancora poco conosciuta parabola artistica di Belsito.

Matteo Piccioni

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