Laurenti: motivo elegiaco

Laurenti: motivo elegiacoCesare Laurenti

(Mesola, Ferrara 1854-Venezia 1936)

Studio di testa: motivo elegiaco

1895

Olio su tela 58,5 x 96

Firmato in basso a destra: “C. Laurenti”

Provenienza: Rome, private collection

Bibliografia: Mario Morasso, Artisti contemporanei: Cesare Laurenti, in “Emporium”, Gennaio 1902, vol. XV, nr. 85, p. 13 (ill.), 14; Cristina Beltrami, Cesare Laurenti: dalla pittura di genere all’idea, in Cesare Laurenti (1854-1936), a cura di Cristina Beltrami, Quinto di Treviso 2010, p. 14 (ill., foto d’epoca)

Dopo aver peregrinato tra diverse scuole artistiche, tra Ferrara, Firenze, Napoli, Cesare Laurenti si stabilì nella Venezia dei Favretto, Ciardi, Nono, dove si affermò inizialmente come pittore di genere di soggetto popolare. Dopo questa fortunata stagione di realismo pittorico aneddotico, Laurenti sperimentò un più difficile ambito tematico ancora di impianto realistico ma di soggetto allegorico e morale e intenzioni didascaliche, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta (Frons Animi Interpretes, Le Parche, La Capinera, Epilogo, Parabola, tra gli anni 1887 e 1894), fino a giungere a una pittura ideista, popolata di figure simboliche spesso femminili, in dialogo con gli esempi europei del tempo esposti alle Biennali veneziane, dove Laurenti fu sempre presente da protagonista, e che esprimevano sentimenti, condizioni esistenziali e visioni allegoriche letterarie legate al simbolismo (Fioritura nuova, Armonie della sera, Metamorfosi, Foglie cadenti, Via aspra). Negli anni successivi, prima di ritirarsi dedicandosi soprattutto al collezionismo e all’antiquariato, Laurenti interpretò il ruolo del poliedrico artista di ispirazione neorinascimentale, impegnato nelle diverse tecniche, dalla ceramica, alla scultura, alla pittura decorativa, all’architettura, realizzando il notevole progetto della Pescheria nuova di Rialto a Venezia.

Tra le mezze figure emblematiche di carattere simbolico e sentimentale, spicca il ritrovato Studio di testa: motivo elegiaco, finora noto nelle fotografie d’epoca e in una seconda versione a pastello dedicata al critico Ugo Ojetti (collezione privata). Secondo la propria tradizione collezionistica, il dipinto era stato esposto fuori catalogo alla Biennale di Venezia del 1895, risulta poi pubblicato da Mario Morasso nel 1902 nel saggio monografico su Emporium. L’opera interpreta pienamente la poetica simbolista dell’autore a queste date, attraverso una iconica sintesi figurativa ed espressiva. Il profilo femminile, di suggestione preraffaellita, si staglia contro uno scarno paesaggio all’imbrunire, reclinata su se stessa. In ciò esprime il disagio esistenziale, la desolazione, in definitiva la condizione dell’uomo moderno. Morasso così descriveva il “Motivo elegiaco, in cui la mestizia diviene disperazione, in cui la disperazione ha devastato e incurvato l’essere umano; colei che fu vinta ed orbata si piega verso terra e la capellatura s’inclina pesante, come un denso fascio di lacrime, come il fascio delle sventure”. La tecnica pittorica sperimentale è condotta sulla spessa preparazione attraverso pennellate materiche e filamentose, che tuttavia superano la tradizione recente del “colore diviso”, da Segantini a Previati.

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