Carlo Bonavia

(Napoli, attestato tra il 1751 e il 1758)

Veduta di Baia con il tempio di Diana 

Olio su tela, cm 80 × 159

Firmato in basso al centro: «Carlo Bonavia p.»

 

Condensato degli interessi sollecitati dal territorio del Regno di Napoli ai visitatori del Grand Tour – natura, archeologia, folklore –, l’incantevole pendant presenta due vedute caratteristiche del repertorio di Bonavia. La consistente e stilisticamente compatta produzione del pittore, circoscritta al momento – in assenza di dati anagrafici sull’esclusiva base delle sue opere datate – tra il 1751 e il 1788 e da intendersi quale sviluppo della locale tradizione post-rosiana incarnata dalle figure di un Leonardo Coccorante o di un Michele Pagano (evoluzione stimolata di certo dal contatto con i generisti stranieri), consta infatti quasi esclusivamente di rappresentazioni del litorale e della campagna nei dintorni di Napoli, per lo più combinate con elementi fantastici.

Nella prima delle due tele, il soggetto costituisce una trasfigurazione in chiave pittoresca, ovvero secondo una concezione emotiva del paesaggio orientata sui coevi modelli di Claude-Joseph Vernet (punto di riferimento principale per Bonavia), di uno dei monumenti di età classica più celebri e rappresentativi dell’area flegrea, la rotonda termale impropriamente denominata «tempio di Diana» dalla tradizione antiquaria locale (cfr. Mazzella 1591, p. 97: «Non molto lontano dal detto tempio [di Venere] se ne vede un altro di molta magnificenza, et è quasi mezo intiero, il quale credono molti che fusse consecrato a Diana Lucifera perché si leggevano alcuni anni sono in un cornicione di marmo queste parole, Diana Lucifera. E di più si congettura da i molti marmi che vi sono intorno fabricati, dove sono scolpiti cani, cervi e triglie, che tutti sono animali sacri a detta dea […]»).

Una variante della tela in esame, ‘tagliata’ sul solo tempio, è in collezione Molinari Pradelli (G. Porzio, in Le stanze delle muse 2014, pp. 288-289, n. 99); ma il medesimo edificio ricorre anche in un’altra fortunata composizione di Bonavia, che ne propone in alternativa una vista centrale: se ne segnalano almeno la redazione firmata e datata 1757 del National Trust, Basildon Park (inv. 266902), in precedenza sul mercato antiquario londinese (Constable 1959, pp. 22 [fig. 4], 26, n. 5; ricordata presso Agnews da Spinosa 1987, p. 157, n. 276), e l’altra della stessa Galleria Carlo Virgilio (N. Spinosa, in A picture gallery 2012, pp. 68-71, n. 20).

Non meno iconica è la seconda immagine di Baia, incentrata sull’incombente mole del castello aragonese (ristrutturato però in epoca vicereale) e su una seconda emergenza archeologica, battezzata dagli eruditi cinquecenteschi, a seguito del ritrovamento di un simulacro della dea, «tempio di Venere» (Mazzella 1591, p. 96), ma – come quello di «Diana» – residuo di un complesso termale di età adrianea. Tra le versioni di questa veduta spicca senz’altro la replica datata 1758, di analogo formato ma con leggere differenze soprattutto nelle figurine che animano la marina, nelle raccolte dell’Ermitage di San Pietroburgo (inv. ГЭ-10119).

Il successo delle due invenzioni è del resto testimoniato anche dalla loro fedele traduzione a stampa da parte di Antoine Cardon nelle tavole XI e XII della Raccolta delle più interessanti vedute della città di Napoli e luoghi circonvicini, edita a Napoli intorno al 1764-1766 (Negro Spina 1989, pp. 70-73); nelle incisioni, però, i due ruderi sono didascalizzati rispettivamente come «tempio di Mercurio» e «di Diana».

Quanto alla cronologia delle due opere, la prassi seriale dell’autore rende certo difficile una datazione puntuale; le trasparenze acquarellate della luce mi pare però le avvicinino al momento della pressoché inedita Veduta di Santa Lucia con la Panatica nel Museo della badia di Cava de’ Tirreni, del 1762, che consente la restituzione a Bonavia della più nota versione del Museo di San Martino a Napoli (inv. 5196), variamente accostata a Pietro Fabris e più di recente addirittura a Thomas Jones (Abbate 2009, p. 290).

Giuseppe Porzio

 

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