Achille Gigante - Capri

Achille Gigante - CapriAchille Gigante
(Napoli 1823 – 1846)

Capri

olio su carta incollata su cartoncino, cm. 29 x 38,2; 1845 ca.

Firmato sul verso a matita: “Capri di A. Gigante”; iscrizione a matita sul cartoncino di supporto: “Giacinto Gigante – garantito! Lire 4000”; incollato sul retro di un supporto in legno il biglietto da visita di Federico Hermanin con iscrizione: “Prego di accettare per la sala di Posillipo il quadro di Giacinto Gigante inviato dal cav. Augusto Jandolo. F. Hermanin”.

La tradizionale attribuzione a Giacinto Gigante di questo lavoro, peraltro giustificata dall’alta qualità pittorica, non lasciò dubbi nel noto antiquario Augusto Jandolo e convinse Federico Hermanin a proporre l’opera come rappresentativa della Scuola di Posillipo per una mostra ancora non identificata. Solo la lettura di una scritta autografa sul verso del supporto, iscrizione rimasta a lungo celata, permette oggi di restituire il dipinto ad Achille Francesco Paolo Gigante, la cui precoce scomparsa, e un talento non affatto comune, lo ha reso firma rarissima e pregiata. Terzogenito di Gaetano Gigante e Anna Maria Fatati esordì sulla scia del fratello maggiore Giacinto e ben presto si distinse nell’esecuzione di disegni e in particolare di incisioni, utilizzando con eguale abilità l’acquaforte e la litografia, con le quali partecipò alla grande stagione dell’editoria partenopea, spesso impegnata, di pari passo alle scelte dei rappresentanti della Scuola di Posillipo, nella descrizione e nella documentazione dei dintorni di Napoli. In questo settore collaborò con Achille Vianelli e con lo scrittore e architetto Francesco Alvino, autore di diverse guide ad uso dei viaggiatori, di cui illustrò Due giorni a Capri (1838), La penisola di Sorrento (1842) e Viaggio da Napoli a Salerno, edito con il titolo di Viaggio da Napoli a Castellammare nel 1845. Nello stesso anno, sempre per Alvino, realizzò le tavole de Il Regno di Napoli e Sicilia, la sua opera più nota. A questa occasione è possibile collegare il dipinto qui presentato che, data l’estrema maturità stilistica, deve essere datato agli ultimissimi anni di vita del giovane maestro. Tra l’altro il punto di vista adottato da Achille per Capri, raffigurante l’antico monastero certosino sovrastato dall’imponenza del Monte Solaro, non è inedito poiché ritorna almeno in due disegni degli anni ’20, rispettivamente di Achille Vianelli e di Giacinto Gigante (L’immagine di Capri, 1980, nn. 47-48).

La tecnica utilizzata, olio su carta, è indicativa dell’immediatezza di un lavoro condotto all’aria aperta. Spetta ad Anton Sminck Pitloo il merito di aver introdotto questo innovativo medium pittorico a Napoli: dopo la sua prima formazione a Parigi, dove probabilmente ebbe modo di avvicinarsi alle teorie di Pierre-Henry Valen-ciennes sull’osservazione scientifica del mondo naturale (1800, Éléments de perspective pratique à l’usage des artistes), e il Pensionato a Roma, dove aveva lavorato fianco a fianco con connazionali del calibro di Hendrick Voogd e Abraham Teerlink, l’olandese costituì nell’ambiente partenopeo il polo catalizzatore delle nuove energie della Scuola di Posillipo, in primis di Giacinto Gigante, impegnate in un’inedita riflessione sulla natura circostante (Martorelli 2002, pp.27-29). La rinuncia alla serie di studi propedeutici al dipinto finale in favore di rapide “impressioni” dipinte all’aria aperta in supporti di esigue dimensioni, che costituiscono l’opera finita tout court, evidenzia il tentativo di superare la visione idealistica o romantica in favore di una fedele scrittura dal vero. Achille si rivela perfettamente aggiornato su queste problematiche, evidentemente mediate dal fratello Giacinto. Tuttavia Capri è un’opera più complessa, in funambolico equilibrio tra novità e tradizione. Da una parte la quinta arborea laterale che si scorge sulla destra, memore delle ricercate proporzioni del classicismo lorenese, e l’impostazione vedutistica cara a molti posillipisti, di matrice hackertiana, confermano l’attenzione per le regole compositive più ufficiali.

Dall’altra il ductus pittorico audace e immediato, condotto da una pennellata liquida e a tratti increspata, e la fine tavolozza dominata dagli ocra, dai verdi e dai bianchi, si avvicina in maniera difficilmente distinguibile ai risultati di Pitloo e, appunto, di Gigante, mentre la tersa atmosfera cristallina che pervade la composizione è impensabile senza l’esempio di quella multiforme compagine di stranieri attivi a Napoli – penso tra gli altri al belga Vervloet, all’austriaco Rebell, al russo Scedrin – che conferirono una dimensione internazionale alla Scuola di Posillipo. Precisamente tale sensibilità verso il dato naturale, tradotta nell’esigenza di una resa estemporanea come nella luminosità della materia cromatica, permette di porre gli esiti della Scuola di Posillipo ai vertici del naturalismo europeo maturato lungo la prima metà dell’Ottocento, trovando unico termine di paragone, per cronologia e compattezza delle ricerche, nella francese Scuola di Barbizon. Un corpus sostanzioso di opere grafiche di Achille è conservato presso la collezione Ferrara-Dentice del Museo di San Martino mentre più esiguo è il numero di lavori appartenenti alla donazione Astarita del Museo di Capodimonte e alla Società Napoletana di Storia Patria.

Gianluca Berardi

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