Il pittore Filippo Bigioli nacque il 4 giugno 1798 a San Severino Marche, figlio dell’ebanista Venanzio, da cui apprese i primi rudimenti sul disegno. A partire dal 1819 Bigioli si trasferisce a Roma, dove frequenta i corsi dell’Accademia di San Luca entrando poco dopo nello studio di J. B. Wicar, ai tempi direttore dell’Accademia di Francia. Distintosi per le sue raffinate qualità nel disegno, il pittore vinse il primo premio per la terza classe di pittura con una copia del Laocoonte.

La prima opera ad oggi nota del Bigioli è un Erodiade dipinta nel 1830 per il conte Annibale Portoguelfo, suo concittadino, che il pittore espone nel suo studio. A partire da questa data, che certifica per altro come il Bigioli fosse già affermato, il pittore riceve numerose commissioni da parte della sua città natale, tra cui L’Annunciazione eseguita per la chiesa di Santa Maria Annunziata di Aliforni (olio su tela, 1835), di chiara ascendenza classicista emiliana, lodata da Ennio Quirino Visconti che poté vederla esposta a Roma. L’anno successivo viene chiamato, insieme a numerosi artisti, a decorare lo scalone d’onore di Palazzo Torlonia in Piazza Venezia (demolito), mentre nel 1843 dipinge a tempera una lunetta della galleria, Andromeda disciolta dallo scoglio, e nello stesso torno d’anni i sedici quadretti mitologici dell’alcova. Per lo stesso mecenate pare abbia realizzato il dipinto avente per soggetto Vittoria Colonna visita lo studio di Michelangelo unitamente ad altre decorazioni per la villa fuori Porta Pia e per il Teatro Tordinona.

Nel 1842 il pittore viene nominato sovrintendente alla Galleria dell’Accademia dei Virtuosi, nello stesso periodo in cui è impegnato nell’esecuzione della tela per la Cattedrale di San Severino Marche raffigurante la Concezione tra i santi Agostino, Severino e Pacifico, esposta nel 1845 a Roma nella Sala di Piazza del Popolo.

A partire dal 1854 il pittore si dedica all’ambiziosa impresa promossa da Romualdo Gentilucci, ovvero la realizzazione di 27 grandi tele, ad imitazione di arazzi, con episodi della Divina Commedia. Il ciclo non venne mai portato a compimento, ma le quattro scene dipinte – Paolo e Francesca, Lo strazio di Filippo Argenti, Dante sogna l’Aquila d’oro e Matelda nel paradiso – gli garantirono comunque una discreta fama.

Morì a Roma il 18 gennaio 1878.

Pittore di indiscusse qualità tecniche, il Bigioli si attardò durante tutta la sua carriera nel perseguire un linguaggio purista marcatamente influenzato dalla pittura emiliana del Seicento, del Reni e del Sassoferrato in special modo. Armonizzati su una cultura neoclassica di base – si veda il giovanile Esposizione del corpo di Dante, con echi delle opere di Camuccini, Landi, Sabatelli – le sue aperture in senso romantico sono prive di particolare trasporto e peccano di algido accademismo, come nel caso del Raffaello e la Fornarina (olio su tela, San Severino Marche, Pinacoteca Tacchi Venturi).

Riemersi recentemente sul mercato, gli affreschi eseguiti per Palazzo Torlonia mostrano d’altro lato un pittore estremamente a suo agio nella rappresentazione di immagini conchiuse e congelate nell’attimo dell’evento descritto.

Scarsi sono i dipinti del pittore documentati nel genere del ritratto, tra cui bisogna citare quello di Bartolomeo Eustachi (olio su tela, 1824, San Severino Marche, Municipio) dal taglio neoveneto ma caratterizzato da una certa fattura aneddotica, non particolarmente ispirata.