Ippolito Caffi (Belluno 1809 – Lissa 1866)

Veduta di Napoli dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna con il Plebiscito del 1860

tempera grassa su tela, cm 170 x 265,

Viaggiatore instancabile, per volontà o per costrizione, Ippolito Caffi fu testimone reporter di decine di città, italiane, europee e mediorientali. Appassionata figura di risorgimentale, egli sognava un’Italia unita, scevra dal dominio straniero. Vedere che Venezia – e il Veneto, lui che nacque bellunese – potesse far parte di questa Italia rimase sempre un suo sogno; un sogno che lo condusse anche alla morte che avvenne durante la battaglia di Lissa nel 1866: scomparve infatti nell’affondamento della nave ammiraglia Re d’Italia dove perirono con lui quasi quattrocento uomini.

Tra tutte le città italiane nelle quali soggiornò, Napoli rappresenta, con Venezia e Roma, quella più amata: le luci di questo luogo, la pulviscolare dolcezza delle sue atmosfere, il suo calore, atmosferico ed umano, lo conquistarono e gli rimasero nel cuore fin dal primo momento quando, giunto da poco a Roma, decise, nel 1834, ancora acerbo della pittura, di visitarla. Esattamente dieci anni dopo vi soggiornò per circa sei mesi, in attesa di imbarcarsi verso l’agognato viaggio in Medio Oriente. Sono, queste prime vedute napoletane, cariche di un’empatia delicata, quasi “romantica”, con luci così soffuse e morbide che non troviamo in nessun’altra città tra le molte che ci ha narrato con il suo magico pennello.

Al di là di questo indubbio legame estetico-affettivo, per Ippolito Napoli è anche il luogo cardine di un altro aspetto della sua personalità, quello che lo vede impegnato sul fronte politico. Attivissima fu la sua partecipazione ai Moti Risorgimentali del 1848 che lo videro in prima linea nella Battaglia di Visco Illiria, che documentò in un accorato dipinto appartenente ora ai beni dei Musei Civici Veneziani, così come durante l’effimera rivoluzione veneziana del biennio 1848-49, la cui disfatta narrò, da grande reporter qual era, nel Bombardamento notturno di Marghera. Prigioniero degli austriaci, ripetutamente incarcerato, allontanato da Venezia ed esule per otto anni, ancora in carcere per novanta giorni dopo il suo ritorno in Laguna, a causa di presunte attività cospirative, Caffi visse intensamente i propri ideali politici, con fervido trasporto ed entusiastico idealismo. Lo stesso idealismo che nel 1860, avuto sentore della vittoriosa risalita di Giuseppe Garibaldi dalla Sicilia verso nord, lo spinge a precipitarsi in Campania per assistere alla sconfitta delle truppe borboniche e all’arrivo a Napoli del re sabaudo Vittorio Emanuele II e dello stesso Garibaldi. Egli documenta la movimentazione delle truppe e le imprese garibaldine in quella regione con rapidi schizzi e appunti di cui abbiamo ricordo nel taccuino Memorie di Napoli, dei soldati Garibaldini, Calabresi e dell’esercito Italiano, immediata testimonianza sia del suo fervore politico che della sua abilità grafica, ricca anche a tratti, di pungente ironia. L’emozione che il pittore prova si legge evidente nella redazione dell’Entrata di Vittorio Emanuele II a Napoli. 7 novembre 1860, realizzata di getto nello splendido e vivacissimo modello ora ai Musei Civici Veneziani. (30 x 51 cm) e replicata poi su larghissima scala (267 x 372 cm) nella grande tela che gli venne commissionata poi direttamente dai Savoia e che è custodita ora al Palazzo Reale di Torino, dipinto elegantissimo e opulento, ricco di decorazioni e apparati effimeri, e di centinaia di figure. Opera che tuttavia nella sua dimensione, rispetto al modello veneziano, perde un po’ in freschezza, come talvolta accade in Ippolito quando opera in spazi per lui macroscopici.

Non così accade nella splendida e toccante Veduta di Napoli della quale ci stiamo occupando. In essa troviamo un’eleganza non forzata, ma al contrario una strettissima empatia con il luogo, una serenità calda e appagante che racconta tutto l’amore di Caffi per questa città e al tempo stesso la notevole padronanza pittorica raggiunta dal suo stile. Vi traspare ovviamente anche l’orgoglio del patriota, con quella bandiera italiana che sventola compiaciuta nei primissimi piani, ma ancor più quell’atmosfera di armonia appagata, fatta di materia e di luce che rimbalza tra le architetture e il mare, fatta di chiacchiere al sole tra uomini e donne, di figurine costruite a piccoli tocchi di colore, dove la camiciole, le gonne, le acconciature, si accendono di sprazzi di bianco, di rosso, di azzurro. La città si adagia lungo il golfo mentre un sole rossastro accarezza e ammorbidisce ogni cosa nella dolcezza del suo tramonto. Pace. Appagamento. Bellezza della natura e degli spazi.

Rispetto alle vedute napoletane degli anni Quaranta, Ippolito qui adotta un’ottica completamente diversa. Alza il punto di ripresa e lo modernizza con un taglio ottico completamente diverso: non siamo più di fronte alla Napoli “cartolina” debitrice verso vari, anche grandi, vedutisti della Scuola di Posillipo, ma ad una veduta rinnovata, la cui ripresa è progredita ed attuale: la successione dei piani viene quasi ravvicinata, quasi compressa, pur nell’ampiezza dello spazio abbracciato, come se, per parlare in termini fotografici, si utilizzasse per la ripresa un teleobiettivo. Ne risulta che, di fronte a una tela come questa, non ci sentiamo semplici spettatori, ma entriamo anche noi nel racconto e ne siamo partecipi, sostiamo anche noi in quei prati, in quelle terrazze, quasi fossimo convocati a viverne la quotidianità.

Il grande dipinto fa parte di un interessante complesso decorativo, realizzato dall’artista negli anni Sessanta del secolo, ritenuto perduto fino a un paio d’anni or sono. Si compone di quattro grandi tele raffiguranti una Carovana nel deserto, una Veduta del Canale del Bosforo, un Foro Romano, e la Veduta di Napoli.

Dalle lettere stesse dell’artista possiamo ipotizzare che l’esecuzione di questo ciclo sia avvenuta all’inizio del 1864, prima che il nostro artista peripatetico si mettesse nuovamente in viaggio verso Milano, Torino e Genova. Di questa serie a tutt’oggi mancano all’appello il Foro Romano e il Canale del Bosforo, ma la recente scoperta della splendida Veduta di Napoli, che stiamo analizzando, aggiunge un fondamentale tassello alla conoscenza della produzione pittorica tarda di Ippolito. I prodromi di questa veduta già si possono leggere in una tela in Villa Giacomelli a Pradamano, seppure di taglio verticale (200 x 80 cm), nella quale identifichiamo quasi un particolare del nostro dipinto. Senza nulla togliere all’affascinante ciclo di Villa Giacomelli, la compiuta ricchezza della veduta napoletana qui analizzata ci offre un’immagine di ben più ampio respiro e una trascrizione complessa dell’insieme che non può che testimoniare la capacità narrativa raggiunta da Caffi in questi ultimi anni della sua vita artistica. E’ indubbio rilevare poi che a questa straordinaria capacità narrativa si aggiunge un’affettuosa, idealistica partecipazione che precedentemente non era riscontrabile. Ippolito accarezza coni il pennello questa sua Napoli ritrovata sulla quale sventola quel tricolore che lo inorgoglisce e che appone ovunque appena può, dai vari Carnevale a Roma: I Moccoletti eseguiti dopo il 1848 alla Regate in Canal Grande durante la rivoluzione del 1848-49, alle iconiche feste pirotecniche al Colosseo o in Piazza San Marco dove l’uso del colore – bianco, rosso e verde – diventa evocativo del suo sogno patriottico.

Annalisa Scarpa