Pirandello: Antonio assorto

Pirandello: Antonio assortoFausto Pirandello

(Roma 1899-1975)

Antonio assorto

1950

Olio su cartone, cm 68 x 48

Firmato in basso a destra: “Pirandello”

Bibliografia: C. Gian Ferrari, Fausto Pirandello, Roma 1991, n. 277; C. Gian Ferrari (a cura di), Fausto Pirandello. Catalogo Generale, Milano 2009, n. 440, p. 168; V. Sgarbi (a cura di), Fausto Pirandello. Forma e materia: dipinti e disegni 1921-1972, Siena 2009, pp. 54-55.

Esposizioni: Fausto Pirandello. Forma e materia: dipinti e disegni 1921-1972, Vittoria 2009 – Salemi 2010.

Provenienza: Roma, eredi dell’artista

 

Il dipinto, proveniente dallo studio romano di Fausto Pirandello, ritrae Antonio Pirandello (Roma 1937 – 2006), secondogenito dell’artista e Pompilia D’aprile, la celebre modella di Anticoli Corrado che il pittore sposò a Parigi nel 1928 e da cui, nello stesso anno, ebbe il primo figlio Pierluigi. L’opera rientra nel ricco corpus di dipinti in cui a posare per Pirandello sono i suoi figli[1], sia in grandi composizioni e nudi, sia in veri e propri ritratti di famiglia, risalenti in gran parte al periodo che intercorre tra la fine degli anni Venti e i primi anni Cinquanta. Tra i lavori in cui posa il piccolo Antonio vanno ricordati, in particolare, La maschera (Milano, Galleria d’Arte Moderna) e Bambini con il volano (Udine, Galleria d’Arte Moderna). La nascita di Antonio si colloca in un momento assai significativo della vita privata dell’artista: il secondogenito, infatti, nacque il 18 gennaio del 1937, a poco più di un mese dalla morte di Luigi Pirandello, padre di Fausto. Il complesso rapporto tra il premio Nobel per la letteratura e il figlio pittore, su cui molto si è scritto[2], si stava finalmente rinsaldando proprio in quell’ultimo periodo. In un certo senso, la nascita di Antonio significò per Fausto Pirandello l’inizio di una nuova fase: la risposta, insomma, della vita che si rinnova alla morte[3].

In Pirandello, soprattutto nelle opere in cui a posare sono i famigliari, è quanto mai adeguato far riferimento agli aspetti biografici per comprendere appieno il lato più introspettivo della sua pittura. Direttamente al vissuto, infatti, si deve l’indagine psicologica da lui condotta sulle figure che ritrae, nelle quali sembra voler trasferire il proprio tormento interiore. Ciò spiega anche la sua personale interpretazione dei soggetti infantili, sempre pervasi da un profondo senso di malinconia, proprio come nell’opera in esame, in cui l’adolescente Antonio sembra perdersi nei suoi pensieri. Non solo il pittore ebbe un’infanzia infelice, soprattutto a causa della difficile relazione con il padre e con la madre affetta da disturbi psichiatrici; ma lui stesso, nel rapporto con i propri figli, dimostrò sempre un’irremovibile chiusura emotiva (la stessa, del resto, che lo aveva portato a nascondere a suo padre la nascita del primogenito Pierluigi, rivelata solo quando il bambino aveva ormai compiuto un anno[4]).

Perfettamente in armonia con la valenza psicologica dell’opera, la tecnica pittorica di Antonio assorto racconta efficacemente un momento cruciale della ricerca artistica di Fausto Pirandello. Nel secondo dopoguerra, infatti, l’artista affianca a quella sperimentazione sulla pittura tonale caratteristica della cosiddetta “scuola romana”, un rinnovato interesse verso il rigore geometrico e la scomposizione cubista, che si accentuerà nella seconda metà degli anni Cinquanta con l’approdo all’“astratto concreto” teorizzato dal critico Lionello Venturi[5]. Ciò affiora, nell’opera in esame, nell’accentuazione della forma circolare del viso di Antonio, richiamata dal colletto della maglia e, sullo sfondo, accordata ad un motivo di esagoni variopinti. Proprio la varietà della gamma cromatica rende questo ritratto un unicum all’interno della produzione di Fausto Pirandello. Ad ogni modo, la scelta dei colori, dosati in maniera sobria ed armonica, sembra rimanere nel solco delle sue ricerche tonali d’anteguerra. La composizione del ritratto pare invece richiamare la ritrattistica primonovecentesca e, in particolare, alcune soluzioni già adottate tra Otto e Novecento da Antonio Mancini, al quale, tra l’altro, va ancora riconosciuta appieno una certa influenza nel cromatismo dei tonalisti romani. La critica ha talvolta negato un’affinità tra la produzione del Mancini maturo e il materismo di Pirandello: ciò si deve certamente a una errata interpretazione del materismo manciniano, ingiustamente ritenuto mosso da un superficiale virtuosismo. Al contrario, a ben un filo rosso unisce la pittura materica di Mancini e quella di Pirandello vedere (e Antonio assorto lo dimostra), in entrambi i casi sintomatica di un approccio alla resa del colore fortemente emotivo e a tratti nevrotico.

Manuel Carrera

[1] Per un approfondimento sul tema, si veda M. Carrera (a cura di), Fausto Pirandello e il cenacolo di Anticoli Corrado: in ricordo di Pierluigi Pirandello, Roma 2018.

[2] F. Matitti, Luigi e Fausto Pirandello tra pittura e scrittura, in F. Benzi, F. Leone, F. Matitti (a cura di), Fausto Pirandello: opere dal 1923 al 1973, Cesena 2016, pp. 43-56.

[3] F. Benzi, Fausto Pirandello dagli esordi alla seconda guerra mondiale, ivi, pp. 19-20.

[4] P. Pirandello, A. Veneroso, Il Pirandello dimenticato, Roma 2017.

[5] M. Bassu, “È astratto e concreto, e soprattutto grandioso”: luci e ombre del rapporto tra Fausto Pirandello e Lionello Venturi, in Carrera, cit., pp. 27-40.

 

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