{"id":6149,"date":"2012-04-05T17:00:38","date_gmt":"2012-04-05T17:00:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/mostra\/ritratti-di-signora\/"},"modified":"2017-05-25T11:05:04","modified_gmt":"2017-05-25T09:05:04","slug":"ritratti-di-signora","status":"publish","type":"mostra","link":"https:\/\/www.carlovirgilio.it\/en\/mostra\/ritratti-di-signora\/","title":{"rendered":"Ritratti di signora"},"content":{"rendered":"<p>Le donne hanno sempre avuto un grande ruolo nella storia della fotografia: ritratte, ritrattiste e autoritratte.<\/p>\n<p>A differenze di altre discipline artistiche le donne hanno immediatamente invaso il mondo della fotografia: penso a tre cose fatte o viste di recente: le mostre da me curate all\u2019American Academy e alle Scuderie del Quirinale, con Esther Van Deman e Lee Miller protagoniste e la mostra di Cindy Sherman appena chiusa da Gagosian.<\/p>\n<p>La Sherman riapre un capitolo che \u00e8 quello della rappresentazione delle donne in fotografia e ancor di pi\u00f9 dell\u2019autoritratto (e qui ho sempre una domanda inevasa e cio\u00e8 perch\u00e9 l\u2019autoritratto \u00e8 quasi sempre una specialit\u00e0, un bisogno delle donne in fotografia?).<\/p>\n<p>Il ritratto \u00e8 un genere fotografico difficile, molto difficile. Spesso annoverato in un\u2019arte di servizio raggiunge nelle poche eccezioni punte notevolissime. Distinzione fondamentale tra un\u2019arte accessoria e una disciplina altissima e un piccolo ma intenso passo de La Camera Chiara di Roland Barthes \u201cLa Foto-ritratto \u00e8 un campo chiuso di forze.<\/p>\n<p>Quattro immaginari vi si incontrano, vi si affrontano, vi si deformano. Davanti all\u2019obbiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che io vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. (\u2026) Dal momento che ogni foto \u00e8 contingente (e perci\u00f2 stesso fuori senso) la Fotografia pu\u00f2 significare (definire una generalit\u00e0) solo assumendo una maschera (\u2026).<\/p>\n<p>E\u2019 per questa ragione che i grandi ritrattisti sono dei grandi mitologi: Nadar (la borghesia francese), Sander (i tedeschi della Germania prenazista), Avedon (la high-class newyorkese)\u201d. Ritratti di signora \u00e8 una creazione collettiva di una maschera, quella delle donne romane tra le due guerre.<\/p>\n<p>Diverse donne fotografate da diversi fotografi, un ritratto di una varia e nascente borghesia, la creazione di una sua \u201cmaschera\u201d attraverso l\u2019identit\u00e0 dei soggetti e l\u2019identit\u00e0 dei fotografi. E qui si arriva alle scelte curatoriali: restringere il campo a 40 fotografie rafforza l\u2019identit\u00e0 del \u201cgruppo\u201d (dei \u201cdue gruppi\u201d) e di ogni singola fotografia, elimina il pericolo di una serialit\u00e0 pi\u00f9 \u201ccommerciale\u201d che ricercata, per indagare il genere del ritratto in una citt\u00e0 che si propone di ripercorrere gli antichi fasti, con una strana borghesia, ormai classe dirigente. La citt\u00e0 dopo i tutti i passaggi del Grand Tour iniziava a diventare met\u00e0 di generazioni di fotografi, penso a Parker e alla Van Denam e successivamente alla Masson e a Gendel, e Ghitta Carrel e Eva Barrett, arrivando rispettivamente dall\u2019Ungheria e dall\u2019Inghilterra, rinfoltirono questa tradizione, unendosi al gruppo di fotografi attivi a Roma.<\/p>\n<p>Il ritratto \u00e8 un\u2019arte indagatoria, singola e collettiva, che questa mostra rivela benissimo; \u00e8 l\u2019arte dell\u2019attesa: pensare e aspettare in un rapporto diretto tra fotografo e fotografato. Tutti i grandi ritrattisti contemplano l\u2019attesa, usano il grande formato, sono asciutti e partono dal volto, mettono loro stessi nelle fotografie. E la magia \u00e8 tutta in un equilibrio che si compie o meno: nessuno ruba la scena e tutti sono indispensabili, quanto il risultato finale: il ritratto stesso.<\/p>\n<p>Questa mostra \u00e8 un piccolo saggio collettivo di ritratto storico, una classe contestualizzata, e un\u2019indagine sul lavoro di singoli fotografi, rappresentati con opere tra le pi\u00f9 belle della loro produzione. Tecniche miste, supportano la ricerca pi\u00f9 profonda dei singoli fotografi. E spesso nei ritratti non \u00e8 presente un\u2019ambientazione ma solo un volto stretto massimo risultato dell\u2019asciuttezza in una mostra che del valore della sottrazione da un punto di vista curatoriale ne fa un punto di forza.E una galleria \u00e8 anche una piccola parte della citt\u00e0 stessa dove opera: questa mostra \u00e8 su Roma, \u00e8 in sintonia con un mondo molto spesso incontrato dalla galleria stessa e con molte delle cose che sono accadute e accadono in citt\u00e0 negli ultimi mesi (penso appunto alla Sherman, cos\u00ec come a altre mostre fotografiche e penso a una volont\u00e0 diffusa di indagare pezzi di storia della nostra citt\u00e0, cos\u00ec come alla rivalutazione dell\u2019arte fotografica senza intaccare l\u2019identit\u00e0 della galleria stessa).<\/p>\n<p>E poi penso al coraggio di lavorare sul ritratto e sui suoi tre fattori: fotografi, persone ritratte e le magie degli incontri: questa mostra \u00e8 una piccola e preziosa serie di magie.<\/p>\n<p><em>di Marco Delogu<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le donne hanno sempre avuto un grande ruolo nella storia della fotografia: ritratte, ritrattiste e autoritratte. 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