{"id":6142,"date":"2012-05-09T15:10:40","date_gmt":"2012-05-09T15:10:40","guid":{"rendered":"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/mostra\/enrico-castelli\/"},"modified":"2017-05-25T11:04:24","modified_gmt":"2017-05-25T09:04:24","slug":"enrico-castelli","status":"publish","type":"mostra","link":"https:\/\/www.carlovirgilio.it\/en\/mostra\/enrico-castelli\/","title":{"rendered":"Enrico Castelli"},"content":{"rendered":"<p><strong>UNA NOTA PER CASTELLI PITTORE<\/strong><\/p>\n<p>\u00c8 quasi dimenticata, la figura di Enrico Castelli. Eppure, almeno in due diversi e distanti periodi della vita, gli avvenne di essere al cuore di talune delle pi\u00f9 significative ricerche dell\u2019epoca. Lasciamo, in questo stesso catalogo, alle puntuali indagini di Lorenzo Canova l\u2019acclarare quel momento, aurorale per lui ma gi\u00e0 colmo di promesse, che lo vide interprete di vaglia della scultura del ventennio fascista: rammentando brevemente solo l\u2019avvio di quel suo primo tempo cruciale, che coincise con il premio per la scultura ottenuto alla VII Mostra del Sindacato Belle Arti del Lazio ove, nell\u2019aprile del 1937, tre delle sue opere (due Ritratti e una Figura) occupavano nel salone centrale dei Mercati di Traiano un posto importante, a fianco &#8211; fra gli altri &#8211; di Mafai e Pirandello, di Cagli e Ziveri, oltre che di un folto gruppo di dipinti destinati a ricordare Norberto Pazzini, morto l\u2019anno precedente; mentre, scultori, Castelli aveva a fianco Antonietta Rapha\u00ebl e Mirco Basaldella, sempre nel salone, ed Eleuterio Riccardi, assieme ad altri, nella sala XIV, ove esponeva un altro suo Ritratto.<\/p>\n<p>Poi la guerra venne a frapporsi in quella felicemente avviata carriera. Giunsero, annota Castelli in un suo appunto in cui, con stringata modestia, elenca le tappe salienti del suo lavoro, anni per tutti \u201cpi\u00f9 aspri\u201d, nei quali \u201ccontinuare a studiare era un lusso troppo grande\u201d, e ci si doveva \u201cindustriare per vivere\u201d.<br \/>\nPur tuttavia, seppe tornare alla scultura (forse, in privato, mai del tutto trascurata), ottenendo anche qualche incarico pubblico, nel corso dei primi anni Cinquanta. Tempo nel quale egli s\u2019incaric\u00f2 anche di fondare e gestire una stamperia d\u2019arte, ove lavor\u00f2 alla grafica di un gruppo notevole di artisti, quasi tutti romani d\u2019adozione, fra i quali Gentilini e Maccari, Fazzini e Guttuso, Cantatore e Guarienti e ancora Burri e Rotella, Afro e Scialoja, Corpora, Birolli e Scordia (ma l\u2019elenco degli artisti per i quali cur\u00f2 l\u2019opera grafica si potrebbe facilmente integrare).<\/p>\n<p>\u00c8 a questi anni, distesi dunque fra sesto e settimo decennio del \u2018900, e certamente in relazione con queste nuove frequentazioni, che risale una produzione di tecniche miste su carta rimasta sino ad oggi del tutto segreta e che, se accostata nel suo indubbio valore di documento, sar\u00e0 preziosa ad indicare la vicenda, ricca di snodi inattesi, di un gusto in quegli anni egemone.Rarissimamente datate, queste carte si possono situare a cavallo fra anni Cinquanta e Sessanta; e all\u2019interno di un corpus molto unito si possono individuare tre momenti, tre poggiature stilistiche successive.<\/p>\n<p>Un primo momento \u00e8 caratterizzato da un modo neo-concreto dell\u2019immagine, realizzata da tarsie di colori puri, indeclinati all\u2019interno dei loro campi, scevri di passaggi chiaroscurali. Soltanto talvolta (il Senza titolo n. 3, fig. 8, ad esempio: ove si distinguono con chiarezza tre nudi femminili stanti, quasi a ripercorrere il tema antico delle \u201ctre Grazie\u201d) una memoria figurale s\u2019inframette nella trama astratta del colore, che par ascoltare lezioni \u2013 per star ancora soltanto ai \u2018romani\u2019 \u2013 di Accardi o di Dorazio (vedi ad esempio i Senza titolo nn. 7, 8, 9, figg. 2, 3, 6). Del neocubismo che aveva cos\u00ec diffusamente occupato il panorama italiano d\u2019immediato dopoguerra, invece, non c\u2019\u00e8 traccia in Castelli: ed anche per questo \u00e8 facile immaginare una datazione delle prime di queste opere in prossimit\u00e0, e non prima, della met\u00e0 del sesto decennio.<\/p>\n<p>Successivo \u00e8 un tempo in cui la figura geometrica si sfalda, privandosi del suo rigore \u2018concreto\u2019 e poggiando verso un astrattismo\u00a0organico prossimo a Bram van Velde: che era allora a Roma presente a molti, e in particolare a Toti Scialoja.<br \/>\nLe forme sgusciano ora attraverso un colore pi\u00f9 liquido e variato, fluttuando senza appigli in uno spazio emozionato (vedi ad esempio i felici Senza titolo nn. 12 &#8211; 15, figg. 4, 5).<\/p>\n<p>A questo medesimo tempo andranno probabilmente assegnate anche quelle opere, talora memori dello Scarpitta antecedente alle bende, 1955-56, o al Corpora di fine decennio, in cui a costruire l\u2019immagine stanno aggregazioni cromatiche che fan pensare a rocciose concrezioni materiche, percorse da un segno scavato come dal rovescio del pennello. Infine, a chiudere questo ipotetico percorso attraverso un gruppo d\u2019opere che \u00e8 comunque, lo si ripete, molto coeso, stanno le carte che porremmo all\u2019avvio del seguente decennio, il settimo del secolo: in alcune, le forme scheggiate si incastrano, animose, e alzano la loro figura come vele a catturare il vento; in altre, corpi nuovamente geometrizzanti sono percorsi all\u2019interno da un segno nero, profondamente inciso, talora dato con foga gestuale, che cerca sovente lo scontro con il bianco luminoso del fondo.<\/p>\n<p><em>di Fabrizio D\u2019Amico<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>UNA NOTA PER CASTELLI PITTORE \u00c8 quasi dimenticata, la figura di Enrico Castelli. Eppure, almeno in due diversi e distanti periodi della vita, gli avvenne di essere al cuore di talune delle pi\u00f9 significative ricerche dell\u2019epoca. 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