{"id":6130,"date":"2012-05-24T13:16:08","date_gmt":"2012-05-24T13:16:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/mostra\/lelia-caetani-howard\/"},"modified":"2017-05-25T10:57:47","modified_gmt":"2017-05-25T08:57:47","slug":"lelia-caetani-howard","status":"publish","type":"mostra","link":"https:\/\/www.carlovirgilio.it\/en\/mostra\/lelia-caetani-howard\/","title":{"rendered":"Lelia Caetani Howard"},"content":{"rendered":"<p><strong>Profili persi<\/strong><\/p>\n<p>Qualche anno fa ero indeciso se restare a vivere a Roma o trasferirmi definitivamente in Francia, a Parigi. Restai a Roma. Visitai molti appartamenti vuoti (una delle occupazioni che prediligo) finch\u00e9 qualcuno non mi parl\u00f2 di palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure. Si trattava di un alloggio al secondo piano del palazzo. Cupo, scomodo, grandioso, con un gigantesco camino, sproporzionato per le serate del mite inverno romano. L&#8217;atmosfera era malinconica e ben si adeguava ad una qualche reputazione sinistra di cui quella illustre dimora godeva. Non so quale sia l&#8217;origine di questa nomea; certo \u00e8 che l&#8217;antichissima famiglia -mille anni di storia- che all&#8217;inizio del secolo ventesimo contava vari rappresentanti maschi, bizzarramente si \u00e8 estinta non molti anni or sono.<\/p>\n<p>In quell&#8217;occasione venni per\u00f2 a sapere che all&#8217;ultimo piano del palazzo esisteva un altro appartamento meno importante dal punto di vista architettonico ma forse pi\u00f9 gradevole. Chiesi cos\u00ec il permesso di visitarlo anche se in quell&#8217;epoca era occupato e venni ricevuto dai figli di un diplomatico che stavano finendo gli studi in Italia. La casa non era in buono stato e si capiva bene che per lunghi anni nessuno si era occupato di attendere a quegli accorgimenti che assicurano un senso di confortevole intimit\u00e0. Comunque un fatto del tutto inaspettato mi fece subito intuire che prima o poi la mia vita si sarebbe svolta in quegli ambienti. Nell&#8217;ingresso campeggiava un dipinto lungo e stretto eseguito in uno stile piuttosto libero, pi\u00f9 francese che italiano, che ricordava qua e l\u00e0 il fare di artisti come Raoul Dufy o, ancora di pi\u00f9, Albert Marquet.<\/p>\n<p>Non era un capolavoro ma non gli si poteva negare un suo incanto atmosferico. Ci\u00f2 che fiss\u00f2 subito la mia attenzione e mi convinse di avere imboccato la strada giusta era il soggetto del quadro, una veduta del giardino delle Tuileries presa dal lato che percorro da anni quando, uscendo dalla piccola casa in cui vivo a Parigi, attraverso la Senna. Il giardino \u00e8 qui raffigurato come era pi\u00f9 di mezzo secolo fa, e cos\u00ec lo vidi le prime volte che ci andai, giovanissimo, a met\u00e0 degli anni Cinquanta: i bambini portati dalle nurses con la mantellina, la grande fontana circolare nel mezzo del parterre, il chiosco dei giornali non pi\u00f9 esistente e in fondo l&#8217;arco del Carrousel, le statue fra le quinte.<\/p>\n<p>Casuale o causale? Sta di fatto che nonostante l&#8217;aspetto mesto di quell&#8217;interno, le piante disidratate sul terrazzo, la banalit\u00e0 con cui tutto era disposto, non mi rest\u00f2 alcun dubbio: dovevo prendere possesso del luogo. Cos\u00ec fu. E non molti mesi dopo eccomi arrivare a Botteghe Oscure (nome che mi era ben noto da anni perch\u00e9 avevo diversi numeri della famosa rivista patrocinata da Marguerite Caetani e diretta da un mio vecchio conoscente, Giorgio Bassani). Durante i non pochi adattamenti, che consistettero soprattutto nel trovare posto alle migliaia di volumi che mi accompagnano, ritrovai alcuni avanzi di chi aveva vissuto in quelle stesse stanze. Venni a sapere che si trattava dell&#8217;ultimo o del penultimo membro della famiglia, Lelia Caetani, e del suo consorte, Hubert Howard.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra1-lelia-caetani-al-cavalletto.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1832 aligncenter\" title=\"Lelia Caetani al cavalletto\" src=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra1-lelia-caetani-al-cavalletto.jpg\" alt=\"Lelia Caetani al cavalletto\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>Lelia Caetani al cavalletto, Ninfa 1955 circa<\/em><\/p>\n<p>Il dipinto che mi aveva commosso pi\u00f9 che ammirato nella mia prima visita non era firmato; mi si disse che era opera di Lelia. Chiesi di tenerlo in casa come talismano o, meglio, come omaggio alle persone che avevano abitato quel luogo prima di me. In una sorta di serra sistemata sul terrazzo c&#8217;erano ancora molti utensili da giardinaggio -un annaffiatoio di un modello che non esiste pi\u00f9, palette, forbici arrugginite con le loro fodere sfilacciate, contenitori di peltro per i fiori, persino vecchie buste di semi acquistati in Inghilterra e mai piantati. In una stanza utilizzata prima come stireria giacevano invece vecchie valigie con le iniziali dei Caetani e degli Howard, cappelli di Panama, una racchetta da tennis Spaulding, un misurino per calcolare il peso specifico del latte e vari vestiti architettati (\u00e8 il caso di dirlo) in pesantissimi panni di lana come si portavano prima della guerra, quando le case erano poco riscaldate. Si trattava di indumenti eseguiti da un grande sarto da uomo con l&#8217;etichetta di Maldane, Pugg and Binnie- 2 Cork Street, Bond Street W, datata 13 giugno 1923, e a penna il nome del proprietario, His Excellency Sir Esmey Howard K B&#8230; Costui era il padre, ambasciatore, di Hubert Howard. Il vestito era un capolavoro e nonostante fosse destinato ad un uomo alto dalle lunghe gambe \u00e8 ora indossato devotamente da un mio amico non privo di snobismo -non capita a tutti di possedere un vestito indistruttibile vecchio di quasi ottant&#8217;anni (inoltre completato il giorno di nascita della madre dell&#8217;attuale proprietario).<\/p>\n<p>Tutti questi curiosi fatterelli non fecero che confermare le misteriose voci che aleggiavano sul palazzo, anche se il sole e l&#8217;aria che inondavano le mie nuove stanze sembravano oscurarle. Del resto alcuni passi delle Memorie di Vittoria Colonna di Sermoneta accennano sia all&#8217;eccentricit\u00e0 di quella brillante famiglia (la Colonna si era sposata nel 1901 con Don Leone Caetani, celebre islamista) sia all&#8217;atmosfera del palazzo nel quale visse diciassette anni: &#8220;entrando in quel portone di via delle Botteghe Oscure mi si gel\u00f2 il cuore. Un enorme portiere barbuto dall&#8217;aspetto lugubre fungeva da cerbero. Inciampai nelle scale e mi sentii oppressa dall&#8217;oscurit\u00e0&#8221;. Quella donna, che molti ricordano con simpatia, si dimostra civile ma superficiale in quanto scrive, assai diversa dal marito che fu uomo di grande erudizione e di originale visione politica. Lei, comunque, non mut\u00f2 idee e come accadde a molte signore fin\u00ec per scrivere, almeno sulla carta, come il marito fosse d&#8217;accordo con lei. Era appena morto, nel 1917, il vecchio Duca di Sermoneta: &#8220;mio marito ed io decidemmo in quel tempo di cercare un&#8217;altra dimora a Roma, avendo una comune antipatia per il sepolcrale palazzo Caetani, al quale, del resto, non eravamo legati da nessuna tradizione di famiglia; i Caetani vi abitavano solo da un secolo. L&#8217;antica loro dimora era l&#8217;odierno palazzo Ruspoli al Corso; ma nel Medio Evo e nel Rinascimento i Caetani non vissero a Roma e rimasero nei loro vasti possedimenti intorno al paese di Sermoneta&#8221;.<\/p>\n<p>Le cose non dovettero essere veramente cos\u00ec: in quello stesso anno il Duca ebbe una figlia da Ofelia Fabiani che, in quegli anni, gli era impossibile sposare e cos\u00ec invi\u00f2 Donna Vittoria e il figlio malato che da lei aveva avuto, a palazzo Orsini che acquist\u00f2, mentre lui stesso si trasfer\u00ec in un villino sul Gianicolo per alcuni anni. Dopo l&#8217;avvento del fascismo, essendo membro della sinistra parlamentare, don\u00f2 ai Lincei la sua impareggiabile biblioteca di studi islamici, alla quale aveva dedicato gran parte della propria vita. Nel 1927 si trasfer\u00ec in Canada, assieme alla figlia. Vi mor\u00ec pochi anni dopo, impoverito da una serie di speculazioni inopinate nonostante le sue inaudite ricchezze. Anche l&#8217;esistenza della figlia, Sveva Caetani, non fu lieta. Rimasta nubile, pittrice in tarda et\u00e0 (a dire il vero, forse non di particolari lumi) resta pressoch\u00e9 sconosciuta. Fu l&#8217;ultima a morire dell&#8217;intero casato nel 1994.<\/p>\n<p>Quanto dico non certo contribuisce a sfatare la reputazione malinconica del palazzo. Soprattutto quando ricordiamo che il terzo fratello di Leone, Livio, mor\u00ec durante la guerra nel 1915; il quarto, Gelasio, il solo della famiglia che si iscrisse al Fascio, non si spos\u00f2 mai; il quinto, Michelangelo, era malaticcio ed ebbe solo una figlia femmina senza discendenza mentre il secondo, Roffredo, che eredit\u00f2 tutti i titoli, fu padre di Lelia e di Camillo ma Camillo mor\u00ec poco pi\u00f9 che ventenne i primi giorni della guerra nel 1940.<\/p>\n<p>Molti anni pi\u00f9 tardi fu Colette Montanelli a raccontarmi alcune dicerie risalenti al tempo in cui gli zii di Lelia, Gelasio (ambasciatore e autore di un ponderoso trattato in vari volumi sulla famiglia, Domus Caietana) e Michelangelo le facevano la corte, ricevendola assieme ad altri parenti in stanze poco illuminate per arrivare alle quali si attraversavano corridoi dove si intravedevano strane ombre e si sentivano rumori inquietanti. Nulla di preciso, aggiunse, &#8220;Gelasio era un uomo affascinante anche se infinitamente pi\u00f9 grande di me&#8221; (era nato nel 1877, Michelangelo nel 1890, Colette nel 1912).<\/p>\n<p>Via via che leggo, un po&#8217; ovunque, quel nulla che si \u00e8 scritto su Lelia Caetani e sulla sua pittura mi viene da pensare che lei stessa sia stata per i suoi amici un volto di scorcio o, per dirla pi\u00f9 poeticamente, un profil perdu: sarebbe meglio chiamarlo un profilo perso? Avrei potuto conoscerla a Roma ma cos\u00ec non avvenne mentre incontrai pi\u00f9 volte il suo vedovo, Hubert Howard. Anche lui mi apparve un ritratto sfumato. Cortese, civile, inafferrabile. Mi sono cos\u00ec fatto l&#8217;idea che questi stranieri travestiti da italiani o, piuttosto, questi italiani (lo erano solo in parte) che pensavano e vestivano all&#8217;inglese, avevano un che di poco umano. L&#8217;idea non \u00e8 solo mia se James Lees-Milne, il ben noto diarista, cos\u00ec scriveva il 3 maggio 1972 (a Lelia non restavano cinque anni di vita): &#8220;Gli Howard sono stati qui a colazione luned\u00ec. Alvilde si \u00e8 data da fare per preparare una degna accoglienza che ricambiasse i loro frequenti inviti a Ninfa e per rendere presentabile il nostro giardino&#8230; Lelia Caetani ha un aspetto nobile, bello e gentile ma nello stesso tempo \u00e8 rigida e fredda nella conversazione a causa della sua timidezza. \u00c8 diffidente. Non si fa chiamare Principessa Caetani ma Mrs Howard e in Italia ci si rivolge a lei appellandola Donna Lelia. Hubert \u00e8 un uomo di vasti interessi e di grandi letture ed ha un buon senso dell&#8217;umore, di facile approccio e pieno di charme. Ma sono sempre in guardia con queste vecchie famiglie cattoliche [gli Howard, imparentati coi Duchi di Norfolk, sono da sempre cattolici] perch\u00e9, nonostante l&#8217;apparente tolleranza e la garbata ironia sui principi altrui, sotto sotto sono tr\u00e8s d\u00e9vots e niente, veramente niente al mondo per un solo minuto li convincer\u00e0 a concederti la possibilit\u00e0 di considerarli come il resto dell&#8217;umanit\u00e0. Hanno una sottile e ben radicata arroganza che compare grattando appena in superf\u00eccie. Ma io amo molto Hubie Howard. Quieto, gentile, un vero signore&#8221;.<\/p>\n<p>Lelia Caetani di Sermoneta (questo era il suo nome completo), parte di una delle tre grandi famiglie feudali di Roma (anzi del Lazio, come specificava suo zio Leone) i Colonna, gli Orsini e, appunto, i Caetani, nacque a Parigi nel 1913, figlia di Roffredo e di una dama americana della vecchia aristocrazia del nuovo mondo, Marguerite Chapin. Fu costei, cos\u00ec come Don Leone, a tenere alta per due generazioni la fama culturale degli antichi patrizi. Leone si interess\u00f2 con genialit\u00e0 all&#8217;Islam e alla politica, all&#8217;erudizione e alla storia. Marguerite (e un po&#8217; meno Roffredo, tentato piuttosto dalla musica) era invece attratta dalla letteratura, dalla poesia. Non tanto in prima persona ma sotto una veste assai pi\u00f9 rara, quella del mecenate. Giunse a fare di pi\u00f9, ad imporre un gusto, non creato da lei ma protetto, divulgato. Se si pensa che la squisita rivista che produsse a Parigi, Commerce (durata dal 1924 al 1932) era costruita da Claudel, St. John Perse, Aragon, Ungaretti, Breton, Faulkner, Virginia Woolf, James Joyce (del cui Ulysses vi si tradussero alcuni frammenti da Val\u00e9ry Larbaud, cos\u00ec come i testi di Lorca lo furono da Supervielle), Paul Val\u00e9ry e persino da suo cugino T. S. Eliot, si capir\u00e0 quanto poco abbia da spartire la portata europea dei Caetani con la modesta Italia fascista.<\/p>\n<p>Nel 1932 la famiglia rientra a Botteghe Oscure dove li aspettano anni mesti, date le circostanze politiche che non erano affatto propizie e che videro la morte di persone amate, soprattutto quella tragica del figlio. Nei primi anni Lelia continu\u00f2 ancora, a Parigi, frequentazioni importanti che includevano pittori di classe come Andr\u00e9 Derain e come Balthus -ambedue la ritrassero in pi\u00f9 occasioni. Non ha molto pi\u00f9 di vent&#8217;anni ma raggiunge una professionalit\u00e0 non preoccupata dal dettaglio, spontanea, pi\u00f9 architettonica che ornamentale: da allora il meglio della sua pittura. Il colore \u00e8 parco, poco screziato; per lei contano pi\u00f9 masse, volumi, distanze. La sua vena pi\u00f9 intensa si espleta nelle vedute di citt\u00e0 (Parigi e Venezia soprattutto) e, a mio modo di vedere, nei pochissimi ritratti che conosco. Vivendo nell&#8217;epicentro intellettuale, non le manca mai cultura (anche pittorica: era anche amica di Vuillard, ad esempio). Col tempo, la sua natura diviene esangue, assente. I tre lustri che la separano dalla fine della guerra lasciano, a quanto sia dato indovinare, una ritrosia sempre pi\u00f9 palese e il suo fare si complica, i colori perdono naturalezza persino quelli, amati, dei fiori. Eppure avr\u00e0 certamente allora inteso il linguaggio delicato di Filippo de Pisis col quale ha qualche punto in comune. Il suo distacco non la aiuta nemmeno ad interessarsi all&#8217;ultima rivista di Marguerite, Botteghe Oscure (1948-1960) che contribu\u00ec ancor pi\u00f9 di Commerce alla rinascita dell&#8217;Italia libera. Si trattava della miglior rivista dell&#8217;epoca, dove fu dato a conoscere, per fare un esempio solo, Dylan Thomas. In questi ultimi anni (fino al 1963, quando la madre mor\u00ec) le energie di Lelia si dedicano tutte a Ninfa, nella cerchia delle mura scrostate di quelle romantiche rovine medievali: qui, come scrisse, Iris Origo &#8220;Marguerite e sua figlia piantarono un giardino di una bellezza incantata e malinconica&#8221;.<\/p>\n<p><em>di Alvar Gonz\u00e1lez-Palacios<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Lelia Caetani Howard, pittrice<\/strong><\/p>\n<p>Personalit\u00e0 complessa quella della principessa Lelia Caetani Howard, ultimo ramoscello di quella grande quercia che era stata la famiglia Caetani di Sermoneta.<\/p>\n<p>Aveva una nonna inglese e una madre americana ed era dunque un incrocio anglo-italiano di cui conserv\u00f2 tutta la vita le caratteristiche. Personaggio delicato e forte insieme possedeva in egual misura una buona dose di scetticismo romano ed insieme di sense of humour britannico. La sua storia come pittrice \u00e8 ancora tutta da scrivere. Forse proprio a causa della sua riservatezza e di quel tipo di educazione che impone la regola di non prendersi sul serio. Eppure i suoi quadri sono stati esposti a Parigi nel 1933 alla Galerie Marcel, nel 1934 alla Galerie Leon Marseille, presentati da Eduard Vuillard e ancora, nel 1934 e 1937, da Dunoyer de Segonzac che la descrisse come un&#8217;adolescente silenziosa. Nel 1948 espone alla Galerie Andr\u00e9 Weil, e poi in Inghilterra da Ren\u00e9 Char e da Kathleen Raine. Nel 1954 \u00e8 a New York alla Hugo Gallery. A Roma tiene tre personali (1937, 1955 e 1958) alla Galleria dell&#8217;Obelisco di Gasparo Dal Corso e Irene Brin. Irene Brin e Dal Corso, troppo noti per parlarne, furono maestri mai pi\u00f9 raggiunti nello scoprire talenti inconsueti o inclinazioni artistiche bizzarre, genialit\u00e0 sconosciute.<\/p>\n<p>Lelia Caetani \u00e8 una pittrice oggettiva, con una sensibilit\u00e0 classica e rispettosa del suo soggetto. Forse solo nella sua pittura riusc\u00ec ad esprimersi senza timidezza. Dipingeva cos\u00ec come lei era, rappresentando il mondo visibile che le stava intorno in tutto il suo decoro e la sua apparente semplicit\u00e0. Apparente perch\u00e9 Lelia fu sempre un&#8217;artista misteriosa e un po&#8217; segreta.<br \/>\nQuelle che oggi si presentano sembrano forse vedute normali di citt\u00e0 e paesaggi comuni, come villa Borghese, o la Senna e l&#8217;abside di Notre Dame, piazza San Marco o il canal Grande. O i tetti romani visti dalla terrazza del palazzo Caetani in via delle Botteghe Oscure. O ancora i fiori del giardino di Ninfa. Eppure in queste vedute di luoghi di frequentazione consueta, del suo mondo di tutti i giorni, Lelia infonde qualcosa di nuovo, di inesplicabilmente misterioso e certo di non comune. Del resto tutta la sua storia non \u00e8 comune.<\/p>\n<p>Lelia nasce a Parigi nel 1913, prima figlia di Roffredo Caetani e di Marguerite Chapin. Il padre musicista, la madre un&#8217;intellettuale americana. A villa Romaine a Versailles, la residenza dei genitori, Lelia, fin da bambina disegnava solitaria nella sua stanza. Marguerite, la celebre principessa di Bassiano, cugina di T. Eliot, con suo marito riuniva a villa Romaine amici e letterati, musicisti e pittori. Americana determinata e pi\u00f9 che risoluta, Marguerite vi fond\u00f2 la rivista Commerce e il cui titolo stava a significare &#8220;Commerce d&#8217;esprit&#8221;: pubblic\u00f2 nel primo quaderno frammenti inediti dell&#8217;Ulysse di James Joyce e pi\u00f9 spesso scritti di L\u00e9on Paul Fargue, Val\u00e9ry Larbaud e Saint John Perse. Una societ\u00e0 letteraria ben precisa dunque che fu anche l&#8217;origine di un giardino letterario, dove pi\u00f9 tardi Lelia quietamente avrebbe sviluppato una pittura di estrema semplicit\u00e0 ma di sofisticata sapienza.<\/p>\n<p>Vuillard le fu amico ma non maestro, mentre forse fu decisiva l&#8217;esperienza delle opere di Vallotton, di Bonnard e degli ultimi post-impressionisti. Frequentava Balthus che, in una lettera ad Antoinette de Watteville, parlando del dipinto da lui eseguito nel 1935 Giovane donna in un parco, cio\u00e8 Lelia Caetani raffigurata in piedi nei giardini degli Champs-Elys\u00e9es nelle vicinanze della residenza di famiglia, la descrive come &#8220;una spilungona, molto pi\u00f9 alta di me, poco aggraziata ma dal viso non privo di un certo stile, abbastanza sedicesimo secolo italiano&#8221;.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra2-balthus-ritratto-di-lelia-caetani.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1833 aligncenter\" title=\"Balthus - Ritratto di Lelia Caetani\" src=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra2-balthus-ritratto-di-lelia-caetani.jpg\" alt=\"Balthus - Ritratto di Lelia Caetani\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>Balthus, Ritratto di Lelia Caetani, 1938, collezione privata<\/em><\/p>\n<p>Lelia era ben consapevole dell&#8217;importanza della sua famiglia e della sua storia. Anche se a Roma, quando vi arriv\u00f2 nel 1932, visse una vita relativamente emarginata dalla buona societ\u00e0 della capitale: la spiegazione \u00e8 semplice, i Caetani erano antifascisti. Antifascisti ma buoni cittadini, l&#8217;unico maschio ed erede della famiglia, Camillo mor\u00ec nel 1940 in guerra nei cieli dell&#8217;Albania facendo il suo dovere. Lelia, spos\u00f2 nel 1951 The Hon. Hubert Howard, figlio di una nobildonna romana Isabella Giustiniani Bandini e di Sir Esmey Howard di Penrith, dei duchi di Norfolk. E i Norfolk sono la prima famiglia cattolica dell&#8217;aristocrazia britannica, nota fina dai tempi della sua opposizione a Enrico VIII. Da questa unione non nacquero eredi. Ma nacquero e resistono tuttora fervide e attive le due fondazioni alle quali Lelia lascer\u00e0 ogni suo avere: la Fondazione Roffredo Caetani che si occupa del castello e del suo giardino a Ninfa e la Camillo Caetani che ha sede nel palazzo di via delle Botteghe Oscure. Come ricorda una sua amica pi\u00f9 giovane ma intima per antiche consuetudini familiari, Desideria Pasolini dall&#8217;Onda, mentre Marguerite fondava a Roma la rivista Botteghe Oscure, che sar\u00e0 diretta da Giorgio Bassani e intorno alla quale gravitavano Elena Croce e Antonio Cederna, Lelia e Hubert erano circondati da altri amici anche pi\u00f9 giovani e forse diversi, come Gino Magnani, esteta e musicologo, Cesare Brandi, Giovanni Urbani. Nel loro appartamento nell&#8217;attico del palazzo di Botteghe Oscure, pieno di luce e di sole, discutevano animatamente indignati delle devastazioni subite dal patrimonio artistico e dal paesaggio italiano, che un pubblico indifferente e una classe politica inadeguata non rilevava. Nacque cos\u00ec Italia Nostra, ma questa \u00e8 un&#8217;altra storia.<\/p>\n<p>Lelia in questa atmosfera effervescente e rumorosa ascoltava silenziosa, ascoltava e dipingeva. Non ebbe mai uno studio, e in questo particolare c&#8217;\u00e8 tutta la sua volont\u00e0 di understatement: a Roma dipingeva in terrazza o nel soggiorno a cui si riferisce per esempio il n. 19 del catalogo (e del riconoscimento siamo grati a Lauro Marchetti oggi attento responsabile di Ninfa e del suo giardino) e a Ninfa nel grande salone a piano terra aperto al giardino alla luce ai colori. Lontano i monti Lepini fanno da sfondo. Lelia seduta davanti al cavalletto, sistemata accanto ad una finestra volta a ponente, lavorava tranquilla. Preparava da sola la sua tela, da vera artigiana professionista. Dall&#8217;album dove annotava appunti e schizzi, immersa totalmente nel suo lavoro trasferiva particolari e trasformava le idee in immagini concrete. In pittura. Il grande, affascinante salone di Ninfa \u00e8 l&#8217;unico arredato con mobili d&#8217;epoca, il resto della casa \u00e8 di una semplicit\u00e0 assoluta, tutta la mobilia \u00e8 verniciata in grigio e bianco, ogni angolo riflette un programma preciso: non parlate di me. Il salone, era una sorta di cantiere silenzioso, dove Marguerite leggeva manoscritti o scriveva, Roffredo componeva la sua musica, Hubert lavorava al suo tavolo, Lelia dipingeva. Il silenzio era interrotto, e non sempre, dalla musica di Roffredo.<\/p>\n<p>Forse un&#8217;atmosfera analoga nel &#8216;900 la possiamo trovare nel lavoro di Vanessa Bell, la sorella di Virginia Woolf che lavorava nella sua casa di campagna di Charleston, circondata da Lytton Strachey, da J. M. Keynes e da altri sodali del gruppo di Bloomsbury, la fronda aristocratica e liberale della upper class britannica. Quelli di Lelia come quelli di Vanessa sono dipinti senza tempo che possiedono il garbo e la lievit\u00e0 di una pittura finissima. Virginia in Scene di Londra dice dei dipinti di Vanessa &#8220;possiedono la facolt\u00e0 di installarsi in una casa in maniera appropriata, di creare talvolta, sedia, tenda e tappeto a propria immagine e somiglianza&#8221;. In Lelia questa facolt\u00e0 era innata.<\/p>\n<p><em>di Bianca Riccio<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Lelia Caetani Howard, giardiniera<\/strong><\/p>\n<p>Nella vita di Lelia Caetani tutto ci riporta Oltremanica o, comunque, nel mondo anglosassone. La madre, Marguerite, americana, il marito Hubert, figlio di un diplomatico britannico, i lunghi soggiorni in Inghilterra, che di solito cominciavano all&#8217;inizio di luglio e terminavano alla fine di ottobre, il taglio formale del giardino ispirato al modello paesaggistico, le letture quasi tutte in lingua inglese. E perfino il suo livre de chevet, rimasto nella casa di Ninfa, su una consolle della camera da letto: il Garden Book di Vita Sackeville West rilegato in una carta a fiori dalle tinte tenui e delicate.<\/p>\n<p>Tutto ci riconduce l\u00e0. Eppure, se immaginiamo Lelia, intenta al suo lavoro tra i ruderi di Ninfa o accanto al cavalletto che inventa il suo giardino e lo dipinge, prima di realizzarlo, i ricordi che ci salgono alla mente non sono quelli delle grandi giardiniere inglesi, maestre nella loro arte, come una Geltrude Jekill, una Vita Sackeville West, o anche una Penelope Hobhouse. Il pensiero corre piuttosto a quell&#8217;incantevole figura femminile che \u00e8 la Charlotte goethiana de Le affinit\u00e0 elettive. Simbolo vivente del dilettantismo romantico attorno al quale si discusse a lungo negli anni fra il Sette e l&#8217;Ottocento, che Schiller defin\u00ec in un suo scritto e che Goethe teorizz\u00f2 proprio parlando di Charlotte.<\/p>\n<p>Un dilettantismo appassionato che cerc\u00f2 di interpretare e riprodurre il giardino pittoresco degli inglesi. Ma con il cuore pi\u00f9 che con la mente. &#8220;Per costoro&#8221;, dice nel romanzo il Capitano, professionista nella tecnica del giardinaggio, &#8220;l&#8217;operare \u00e8 pi\u00f9 importante dell&#8217;opera&#8221;.<br \/>\nE per Lelia, che detestava le potature che mutilano le piante e modific\u00f2 il percorso di un sentiero per non tagliare il ramo di una magnolia, quello che contava non era tanto lo schema del giardino quanto piuttosto il rapporto personale con le piante, il rispetto affettuoso per un albero. Anche se, subentrata alla madre nella cura del parco di Ninfa, non esit\u00f2 a far abbattere una fila di salici piangenti allineati lungo il fiume per sostituirli con piante acquatiche, fra le quali alcuni splendidi esemplari di gunnea scabra et manicata.<\/p>\n<p>Ma a questo punto faremmo un torto a Lelia Caetani se non ascoltassimo il parere di Giuppi Pietromarchi, autentica giardiniera che su Ninfa e su i Caetani ha condotto un&#8217;accurata ricerca e pubblicato un saggio. Dice: &#8220;Quando per anni si segue la persona che &#8216;conduce&#8217; il giardino, si possono approvare o meno alcune decisioni, ma di pi\u00f9 non si pu\u00f2 fare. Il giardino appartiene a chi lo ha creato: direi che il possesso del proprio giardino \u00e8 un sentimento molto forte, quasi assoluto. Ricordo mio padre nel suo giardino: non accettava consigli e tanto meno critiche. Lelia Caetani \u00e8 stata l&#8217;ombra di sua madre per molti anni, ha imparato, ha acquistato la conoscenza del portamento e del comportamento delle piante. Il giorno in cui ha deciso il taglio dei salici piangenti lungo il fiume, non \u00e8 stata una sorpresa. Immagino che nella sua mente questa decisione sia andata maturando a lungo. Semplicemente il suo occhio nel giardino era diverso da quello di sua madre&#8221;. Senza dubbio. Il giardino che Marguerite amava era &#8220;forte&#8221;, selvaggio, un po&#8217; rude, Lelia invece preferiva colori delicati, soffusi, come del resto nella pittura, ed evitava i forti contrasti. Piant\u00f2 attorno ai ruderi molte clematidi e rose.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra3-a-derain-ritratto-di-lelia-caetani.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-1834 aligncenter\" title=\"A. Derain - Ritratto di Lelia Caetani\" src=\"http:\/\/www.carlovirgilio.it\/wp-content\/uploads\/2012\/05\/mostra3-a-derain-ritratto-di-lelia-caetani.jpg\" alt=\"A. Derain - Ritratto di Lelia Caetani\" width=\"150\" height=\"150\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><em>A. Derain, Ritratto di Lelia Caetani, Fondazione Camillo Caetani, Roma<\/em><\/p>\n<p>Ma quali furono le vere innovazioni che introdusse quando prese il posto della madre? \u00c8 ancora Giuppi Pietromarchi che risponde: &#8220;La grande passione di Lelia \u00e8 stato &#8216;II Colletto&#8217;, una zona del giardino piuttosto lontana dalla casa ai piedi della chiesa di San Biagio, dove cre\u00f2 il rock garden come se fosse un tappeto a piccolo punto. Prima lo dipinse sulla tela e poi mise a dimora le piante scelte con grande conoscenza sapendo esattamente quanto posto avrebbero occupato e quale tono di colore avrebbero avuto. Un ricamo vegetale&#8221;.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che Lelia cre\u00f2 il &#8220;suo&#8221; giardino roccioso e lo cur\u00f2 con passione per anni. Ma questo angolo inventato da lei, cos\u00ec particolare e diverso da tutto il resto, come si colloca nell&#8217;insieme del giardino, che ha un taglio naturalmente paesaggistico con i ruderi che lo punteggiano, il fiume, i ponticelli, gli alberi di alto fusto?<br \/>\nGiuppi non trova contraddittorie le due cose. &#8220;Il rock garden si colloca nell&#8217;insieme del giardino come il derivato di una vera passione per le piante piccole e maneggevoli, come uno studio di colori che serviva a Lelia sia per la pittura sia per il giardino. Una creazione totalmente inventata da lei, come se avesse voluto, nell&#8217;area del grande e maestoso giardino dall&#8217;ossatura molto maschile voluta dallo zio Gelasio, fratello del padre, ritagliarsi un proprio spazio intimo e privato&#8221;.<\/p>\n<p>Da giardiniera professionista, qual&#8217;\u00e8, come giudica Giuppi il giardino di Lelia? &#8220;Per me giudicare un giardino \u00e8 molto naturale: il giardino o trasmette un messaggio o \u00e8 muto, vale a dire senza significato. Leggere e ascoltare un giardino \u00e8, forse, tra le pi\u00f9 grandi emozioni. Ninfa trasmette anche troppo. Le piante secondo la loro disposizione, secondo la loro forma, hanno assunto una personalit\u00e0 quasi umana, sono depositarle di messaggi che trasmettono a chi sa ascoltare. Certamente vi \u00e8 in questo giardino, oltre al mistero, l&#8217;armonia tra estetica, botanica e passione&#8221;.<\/p>\n<p>A Ninfa nel salone centrale al primo piano, quello con le grandi capriate, le bifore aperte sul giardino e il caminetto d&#8217;angolo, c&#8217;\u00e8 un quadro di Lelia, un rettangolo stretto e sviluppato in altezza. \u00c8 una veduta del giardino dal ponte di legno in direzione della collina: al centro spiccano due macchie rosse, due prunus, a lato una striscia verticale verde, un cipresso. Quelle piante, quando Lelia lo dipinse, non c&#8217;erano, ma lei sent\u00ec che occorrevano per creare un equilibrio cromatico e le inser\u00ec nel quadro. Poi le comper\u00f2 e le fece piantare nei punti che aveva indicato. &#8220;Pittrice e giardiniera&#8221;: aspetti intimamente connessi di una personalit\u00e0 unica.<\/p>\n<p><em>di Luigi Bianchi<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Profili persi Qualche anno fa ero indeciso se restare a vivere a Roma o trasferirmi definitivamente in Francia, a Parigi. Restai a Roma. Visitai molti appartamenti vuoti (una delle occupazioni che prediligo) finch\u00e9 qualcuno non mi parl\u00f2 di palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure. 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