Giulio Bargellini - Studio per IdillioGiulio Bargellini
(Firenze 1875 – Roma 1936)

Studio per Idillio

Olio su tela, cm. 20 x 37,5

Firmato al centro: Giulio Bargellini

Bibliografìa: Spadini 1982.

Sul tema Idillio Bargellini tornerà ripetutamente prima sulla falsariga di Alma Tadema e poi aderendo alla matrice iconica dello Jugendstil di Gustav Klimt, saggiando dell’immagine la potenzialità di tradurre uno stato d’animo. Ne proporrà diverse varianti: nel 1895 per la Galleria Hauptmann di Firenze, ancora nel 1896 per l’Esposizione fiorentina della Festa dell’Arte e dei Fiori (Firenze 1896, n. 213) e nel 1897-99 (tutte tele di ubicazione ignota). Lo stesso tema torna, complicato da riferimenti letterari, nella decorazione murale della Villa Targioni a Calenzano (1906 – 1908). Lo studio qui presentato, degli anni 1897-99, è parte anch’esso di una serie ben documentata di bozzetti, analoghi per tema e ricerca compositiva, di cui si conosce una tempera e carboncino su tela del 1892 circa e uno schizzo a penna su cui Bargellini annota sul margine laterale destro “6 febbraio 1895” aggiungendovi la considerazione: “soggetto commerciale ritrovato non commerciale per mancanza di fronzoli e ninnoli da divertire il profano” (cit. in Spadini 1982).

Proprio il carattere ermetico e poco commerciale delle immagini di Bargellini, evidente anche nelPigmalione con cui vinse nel 1896 il Pensionato artistico Nazionale, è già evidente nella ravvicinata e sospesa oggettività della figura ritratta. Gli strumenti della regia di Bargellini manifestano in questo foglio una scoperta volontà autobiografica dato che è il pittore stesso a vestire i panni d’Idillio; la fotografia usata come controllo del processo d’ideazione, la correttezza del disegno e l’uso sperimentale delle tecniche (tempera e carboncino), costituiscono i mezzi con cui il pittore ferma la propria immagine demandando alla pittura “quello che la parola e le altre arti non potrebbero mai fare” (Bargellini in Bistolfi 1913, p. 56). Il frammento di scena consente di individuare pochi accenni d’ambiente e di costume che nei dipinti finiti si amplificano nella cornice attica alla Alma Tadema, pittore che Bargellini dovette conoscere attraverso l’esposizione romana del 1883 e la recensione di D’Annunzio su “Il Fanfulla della Domenica” (1 aprile 1883), denunciando nel metodo di lavoro la formazione con Francesco Vinea a Firenze, e soprattutto poi a Roma il rapporto con Cesare Maccari e Francesco Paolo Michetti (Gentilini 1989, pp. 154-67).

Serenella Rolfi