Giovanni Silvagni - Ritratto di Gaetano Menchetti

Giovanni Silvagni - Ritratto di Gaetano MenchettiGiovanni Silvagni
(Roma 1790-1853)

Ritratto di Gaetano Menchetti

Olio su tela, cm 49 x 40

Iscrizione antica sul verso, a penna: Ritratto di Gaetano Menchetti, studente di scoltura presso Canova, dipinto da Giovanni Silvagni allievo di Landi (N.1790-M.1853)

Dello scultore effigiato nel ritratto di Giovanni Silvagni, Gaetano Menchetti, non sono state reperite notizie. Di lui sappiamo sino ad ora solo ciò che è indicato da una scritta ottocentesca sul verso della tela, cioè che fu allievo di Antonio Canova.
La pettinatura del giovane, “en coup de vent”, richiama le tipologie appianesche, filtrate attraverso il magistero di Gaspare Landi, di cui Silvagni fu fedele allievo, ma anche il tormento spirituale dei nuovi eroi romantici. L’intensità pensosa dello sguardo del giovane – fissato dall’artista mentre attende, con gli strumenti della sua arte in mano, all’esecuzione di una testa ideale in marmo o a una copia dall’antico – i bellissimi e pallidi tratti del viso, affilato e scavato, la sprezzatura dell’acconciatura e una nota di disinvolta eleganza nel gilè di raso giallo, rimandano a un’atmosfera bohèmienne. Il ritratto, eseguito entro il secondo decennio dell’Ottocento, poteva essere la testimonianza del sodalizio artistico e dell’amicizia tra i due giovani, entrambi probabilmente allievi dell’Accademia di San Luca. Esso è dunque in grado di rievocare l’atmosfera vitale della Roma della Restaurazione, popolata da giovani artisti di tutte le nazionalità in reciproca emulazione, suggestivamente restituita dalle parole dello scultore russo Nikolaj Ramazanov: “Non c’è alcun dubbio che il cameratismo, il ritrovarsi tra coetanei e lo scambio di idee tra i giovani in possesso di doti tendenti verso uno stesso fine, siano anch’essi parte dell’educazione giovanile, oltre le convenzionali ore di lezione; ed è questa una cosa che vediamo sempre più palesemente espressa nella variegata e multiforme società formata dagli artisti di ogni nazionalità che abita con un senso di sovranità la città di Roma. Cosa non si trova nei punti di vista, nelle opinioni e nei convincimenti dei nativi di Siviglia, di Parigi, di Madrid, di New York, di Filadelfia, di Monaco di Baviera, di Londra, di Dusseldorf, di Edimburgo e via elencando? Una dissonanza che scompare confluendo in un’unica armonica lingua italiana, comune ad ogni artista” (cit. in Tarasova 2000, p.49).

Silvagni puntò per la propria affermazione professionale al genere più elevato nella gerarchia accademica, cioè la pittura di storia. Attraverso i suoi impegnativi e drammaticiexempla vitutis, tratti dalla storia e dalla letteratura classiche, si fece strada in ambito accademico prima aggiudicandosi nel 1817 il Concorso Canova con la Partenza di Coriolano dalla sua famiglia (Roma, Accademia di San Luca), in seguito le competizioni indette dalle accademie di Parma (Edipo cieco, 1818, Parma, Galleria Nazionale) e di Bologna (Scipione l’Africano riceve onori e doni, 1819, Bologna, Pinacoteca Nazionale). Con la Disfida di Eteocle e Polinice, acquisito dall’Accademia di San Luca per volontà di Canova, Silvagni fu nominato accademico di merito nel 1822. Nelle sue opere dava saggi magistrali di abilità nelle “parti” della pittura, il panneggio, il nudo accademico, la composizione, la prospettiva. I suoi dipinti sono densi di riferimenti alla tradizione figurativa, quasi dei centoni dei modelli canonici per eccellenza, dunque Raffaello, Domenichino e Poussin, ma anche l’antico, essendo riprese le pose delle figure dalle più celebrate statue classiche (Gnisci 1992; Godi 2000/2001).

Anche le opere del maestro Landi, sospettato di aver migliorato con il suo intervento diretto quelle dell’allievo, erano continuamente ricordate, sia nell’iconografia che nella tecnica pittorica. Come in questo caso, dove la tecnica della velatura viene impiegata per creare con liquide trasparenze lo sfumato, la luce graduata nei colori e il “colore locale” anche nelle ombre.

Stefano Grandesso