Arrigo Minerbi - Il primo focolare

Arrigo Minerbi - Il primo focolareArrigo Minerbi
(Ferrara 1881-Padova 1960)

Il primo focolare

Terracotta, cm 133,5 x 129 x 16

Firmato e datato, margine inferiore destro:Arrigo Minerbi 1941

Bibliografia: Minerbi 1953, tav. LIX.

Il novecentismo di Minerbi corrispondeva alla via, che secondo il recensore della scultura italiana alla Quadriennale del 1930 Pietro Torriano, aveva ricondotto la scultura contemporanea alla continuità con la grande tradizione italiana: “la via del realismo, quella che dagli etruschi in poi hanno istintivamente seguito tutti i nostri maggiori” (Torriano 1930, cit. in Barocchi 1990, p.117; inoltre Scardino 1998). Dopo lo sfaldamento plastico portato dall’Impressionismo, il gusto di Novecento aveva ricomposto la solidità della forma.

Minerbi nel suo classicismo non guardava tanto a quello aulico della scultura greco-romana, quanto al naturalismo moderno, tra Quattrocento e Cinquecento.

Il rilievo de Il primo focolare, realizzato per Casa Nodari, dove fu messo in opera come cappa di camino, è pubblicato nella monografia minerbiana del 1953 (Minerbi 1953, tav. LIX). Con una disadorna semplicità vi sono rappresentati pochi elementi necessari in una composizione equilibrata: i progenitori, la culla con il bambino, il cerbiatto, l’albero, il fuoco. Nella loro essenzialità essi rimandano a un significato simbolico. Si tratta di una visione intimista e raccolta, accentuata dalla compressione dello spazio nella cornice, dell’incorrotta semplicità degli affetti primitiva, agli albori della vita. La lirica atmosfera evocata, di stupore primigenio, di ingenua meraviglia e di favola, è quella che gli esponenti del Realismo magico sapevano vedere nelle opere dei Primitivi del Quattrocento. Massimo Bontempelli aveva sancito il legame tra quelle testimonianze artistiche e la corrente moderna: “Questo è puro “novecentismo”, che rifiuta così la realtà per la realtà come la fantasia per la fantasia, e vive del senso magico scoperto nella vita quotidiana degli uomini e delle cose” (Bontempelli 1939, cit. in Barocchi 1990, p.32).

Si trattava di un percorso coerente, se già nel 1919 Vincenzo Bucci recensendo la prima esposizione alla Galleria Pesaro di Milano delle opere di questo schivo ed appartato artista ferrarese, da poco traferitosi nella città lombarda, scriveva su “Emporium”: “ Sente la linea e la forma con una potenza che lo ricongiunge alla grande tradizione classica, ma, nel senso dato solitamente a questa parola, non è un tradizionalista. […] E non si vergogna di scolpire bene. E siccome l’opera a cui vuole accingersi egli non la vede come si vede soltanto con gli occhi, ma in lui, prima di essere realizzazione plastica, quell’opera è uno stato d’animo lirico, un’immagine poetica, un canto in cerca delle sue note” (Bucci 1919, p.276).

Quello di Bucci era il ritratto di uno scultore legato alla forma e al mestiere con una sorta di dedizione sacrale, come quella descritta nel racconto della genesi e della fusione, tra 1917 e 1923, del suo capolavoro, la Vittoria del Piave(Minerbi 1925), allora destinata in una prima versione per il Monumento ai Caduti di Cuggiono presso Magenta, poi replicata anche per il Vittoriale di D’Annunzio, suo grande estimatore. Questi aspetti legano l’opera di Minerbi a quella di Wildt. A proposito di questa “fratellanza artistica”, Bucci ricordava che proprio Wildt si era offerto di ultimare l’esecuzione in marmo del ritratto della madre di Minerbi, in modo da poterlo esporre all’imminente mostra presso Lino Pesaro.

Stefano Grandesso