Rinaldo Rinaldi - Giovanna d’Arco

Rinaldo Rinaldi - Giovanna d’ArcoRinaldo Rinaldi
(Padova 1793-Roma 1873)a 1812)

Giovanna d’Arco

Marmo, cm 76 x 16,5

La Giovanna d’Arco di Rinaldo Rinaldi fu pubblicata da Oreste Raggi nel 1837 sul periodico d’arte romano “L’Ape Italiana delle Belle Arti”. L’articolo è corredato da una tavola incisa da Francesco Garzoli su disegno di Paolo Guglielmi (Raggi 1837; anche Lilli 1980, p. 96, fig.3). Anche Abraham Teerlink ne aveva tratto uno studio grafico (Roma 1988, n.24).
Il conte Hawks Le Grice, nella sua fondamentale guida agli studi di scultura di Roma del 1841, ne aveva precisato la committenza nella duchessa di Escars (Le Grice 1841, vol.I p.98). Mentre Napoleone Pietrucci, nel suo più tardo repertorio degli artisti padovani, citava nel catalogo di Rinaldi “La Pulzella d’Orleans, statua per commissione del cav. Nicolò Vigodarzere” (Pietrucci 1858, p.231). Il marmo qui esposto è probabilmente una riduzione di quelle due versioni dell’opera.
Raggi faceva precedere la descrizione della scultura dalle vicende della vita di Giovanna. Alla serrata drammaticità di quegli eventi faceva riscontro a contrasto la rappresentazione dell’eroina di Rinaldi, in un atteggiamento, esemplato sull’Apollo sauroctono antico, di serena e classica calma contemplativa dove l’azione è assente: “Questa istoria ispirò allo scultore Rinaldo Rinaldi padovano di figurare quella eroina sotto la sembianza di una bellissima giovane, vestita di un’armatura di acciajo, portante sul petto la croce, con elmo in capo, e la visiera alzata, che stesse come in atto di riposare in piè ritta. Sostenendosi colla manca al suo stendardo piega alcun poco da questo lato e poggia la destra sopra l’altro fianco”.
Rinaldi, allievo di Canova e interprete del suo magistero, tra i protagonisti della scultura a Roma ben oltre la prima metà del secolo, fu autore di numerosi gruppi e statue di soggetto classico e mitologico (anche Nava Cellini 1988). In questo caso si confrontava con un soggetto di storia moderna nuovo in scultura, come doveva esserlo un Elena Dublas “gruppo tolto dalla storia scozzese” citato da Pietrucci.

Descrivendo l’armatura medievale Raggi toccava il dibattuto tema del costume da adottarsi nella scultura: “E’ questo uno dei pochi esempj nella statuaria di figura vestita alla foggia che si costumava dalle genti d’armi nei tempi di mezzo. E’ questione fra gli artefici se possa ciò convenientemente usarsi avvisandosi alcuni che mal si addicano le attillate vesti alla statuaria, cui meglio conviensi la nudità ovvero il grandioso panneggiare; ed altri opponendo, non senza qualche ragione, che i moderni uomini con moderni abiti debbansi vestire; chè se poco si mostrano appariscenti sia colpa dei nostri meschini costumi, non tanto dello scultore”.

Canova nel suo famoso dialogo con Napoleone del 1810 aveva citato come strumenti del linguaggio della scultura il nudo e il panneggio all’antica. Il dibattito sul rinnovamento dell’iconografia nella rappresentazione degli uomini illustri era cominciato precocemente a Milano con le polemiche sul Monumento ad Andrea Appiani (Mazzocca 1989, pp.113 e ss.). A Roma questi argomenti furono discussi solo successivamente. Proprio Raggi, prendendo lo spunto dalle critiche ricevute dalla statua diVincenzo Monti di Giuseppe Ferrari (Ferrara, Cimitero della Certosa, Famedio) indisse nel 1840 un referendum tra gli artisti e i letterati, al quale risposero Lorenzo Bartolini, Luigi Pampaloni, Luigi Zandomeneghi, Melchiorre Missirini, Giovanni Rosini, Giovanni Battista Niccolini, per raccogliere le loro testimonianze circa il costume più appropriato per la rappresentazione dei contemporanei. Eccetto Pampaloni, aperto a diverse soluzioni, tutti ribadirono la validità e l’universalità del linguaggio classico (Mazzocca 1998, pp.624-625; Grandesso 1999(1), pp.267-268).

Stefano Grandesso