Arturo Martini - Bozzetto per il monumento al Partigiano Masaccio

Arturo Martini - Bozzetto per il monumento al Partigiano Masaccio - PalinuroArturo Martini
(Treviso 1889 – Milano 1947)

Bozzetto per il monumento al Partigiano Masaccio – Palinuro

Bronzo, cm 30 x 13 x 17

Bibliografia: Perocco 1966, n. 555, fig. 513; Quesada, in Cavazzi 1991, p. 97 n. 100

Già negli anni del fascismo coinvolto in commissioni pubbliche, Martini ebbe nel maggio 1945 l’incarico da parte della Brigata Martiri del Grappa di eseguire una statua colossale da collocare nel Palazzo del Bo, sede dell’Università di Padova, in memoria del partigiano Primo Visentin, detto Masaccio, ucciso a liberazione avvenuta (Vianello-Stringa-Gian Ferrari 1998, p.385). Nel commemorare Marco – Masaccio, e, come dichiarava lo stesso scultore “attraverso di lui, tutti i partigiani” (in Manzato 1994, p.43), lo scultore si rifaceva al mito virgiliano di Palinuro, facendo del giovane seduto sulla spiaggia con lo sguardo rivolto verso il cielo (modello fu il figlio di Ruggero Nicoli, proprietario del laboratorio carrarese frequentato per anni), l’emblema universale delle aspirazioni umane “ad astra”, al riscatto e alla verità.

Se il confronto con altre produzioni precedenti, come l’Ulisse del 1935, anch’esso seduto e con lo sguardo rivolto verso l’alto, mostra nella produzione martiniana una linea di continuità formale e di ispirazione (la statuaria rinascimentale e soprattutto antica, è qui citato il giovane accosciato del frontone est del tempio di Zeus a Olimpia), le lettere e gli scritti documentano, proprio negli anni e spesso a proposito del Palinuro, tutta l’inquietudine e quella volontà di rottura e di rinnovamento che solo in parte ebbe attuazione. “Ora dovrei realizzare la famosa statua che ho distrutta per la ventesima volta e siccome è talmente precisa in testa, aspetto una lettera da Carrara per partire e realizzarla direttamente sul marmo”, scriveva a Riccarda Ferrari nel luglio 1946 (Martini 1992, p.282); e ancora, in una lettera a Mazzolà, “farò il giovinetto, sarà un ritorno breve all’altra sponda come visitassi un vulcano, ora sono per altre vie per altri sentieri ancora più spaventosi […]. Iddio dammi l’idea semplice e non quella stravagante del diavolo” (in Perocco 1962, pp.31-32). Appena un anno prima infatti Martini aveva pubblicato La scultura lingua morta, frutto per certi aspetti incompiuto di ricerche e pessimistiche riflessioni sulla fine della scultura tradizionale, solenne e simbolica, “vecchia stantia e logora senza senso” (lettera a Giovanni Fallani del giugno 1946, in Crispolti 1989, p.38); e la scultura di Martini degli anni ’40 fu, pur nella crisi, effettivamente “nuova”, attenta come mai prima ai valori spaziali e alla tridimensionalità (Stringa 1989, p.17). Nella sua imponenza classica il Palinuro, sua ultima opera, scolpito direttamente nel marmo, si dimostrerebbe “nella soluzione finale privo della freschezza scattante dei bozzetti” (Crispolti 1989, p.38); bozzetti che, quale quello qui esposto, sviluppato per netti piani in contrapposizione e generati gli uni dagli altri, raccolto in sé, ben testimoniano tutta “la fatica e il fastidio” (lettera a Fallani dell’estate 1946, in Martini 1992, p.284) di un operare nervoso e insoddisfatto.

E forse anche nella scelta del soggetto lo scultore proiettava, in quel momento difficile, proprio se stesso, “[…] un uomo che ha vissuto nel vento di Palinuro ed ha visto nelle notti più nere della sua vita tanti eroi vagare uguali alla sua inquietudine” (in Perocco 1962, pp.31-32): come il giovane pilota d’Enea che “esplora ogni spirare di vento, e spia con l’udito la brezza, e osserva tutte le stelle scorrenti nel tacito cielo” (Eneide, III 512-515), unica vittima di un viaggio altrimenti felice, riscatto dovuto agli dei per salvare la vita di altri uomini, Martini era uomo di ricerca, di sacrificio e di silenzi.

Anna Villari