Ignazio Cantalamessa Carboni / Giorgio Paci - Bozzetto del monumento del conte Cesare Vinci

Ignazio Cantalamessa Carboni / Giorgio Paci - Bozzetto del monumento del conte Cesare VinciIgnazio Cantalamessa Carboni
(Ascoli Piceno 1796-1855)

Giorgio Paci
(Ascoli Piceno 1820-1914)

Bozzetto del monumento del conte Cesare Vinci

Terracotta, cm 25 x 23 x 11,5

Firmato e datato sul verso: Ignazio Cantalamessa inventò e disegnò G.P. faceva 10 del 1838; iscritto sul recto, sul sarcofago:Monumento Vinci; sul margine inferiore: Palmi R. 6

Bibliografia: Gabrielli 1929, p.90

Come si ricava dall’iscrizione sul verso, l’opera spetta per l’ideazione all’architetto Ignazio Cantalamessa Carboni e per la realizzazione plastica allo scultore Giogio Paci, nome che si ricava sciogliendo la sigla “G.P.”.
Architetto, ma anche pittore, Ignazio Cantalamessa completò l’educazione artistica a Roma. Realizzò sia fabbriche civili, come il Teatro dei Filarmonici o Palazzo Merli ad Ascoli, che religiose, come la chiesa di San Francesco di Paola nella stessa città, alternando al lessico classicista progetti di gusto rinascimentale e gotico (Chiumenti 1975).

Giorgio Paci apparteneva a una famiglia di artisti ascolani attivi tra XVIII e fine del XIX secolo sia nelle due manifatture di loro proprietà, di ceramiche e di organi, che come scultori e pittori in proprio. Il biografo dei Paci, Riccardo Gabrielli, era in grado di elencare ben nove membri della famiglia dotati di autonoma personalità artistica. Tra questi Giorgio, assieme al padre Domenico (1785–1863) e al fratello Emidio (1809-1875), fu il più noto. Avviato alla scultura dal padre, si poté perfezionare a Roma presso l’Accademia di San Luca con Pietro Tenerani, di cui fu anche discepolo nello studio. Rientrato in patria, rimase fedele al classicismo e allo scelto naturalismo del maestro nelle molte opere che fu chiamato a realizzare: dalla decorazione scultorea del Teatro Ventidio Basso di Ascoli, al gruppo marmoreo della Deposizione per il Duomo di Montalto, dalle sculture per il ciborio neogotico progettato da Giuseppe Sacconi per la Cattedrale di Ascoli, ai molti ritratti eseguiti per l’aristocrazia locale (Gabrielli 1929, pp. 81-103; Papetti 1995, pp. 153-156; 262-264).

I due artisti collaborarono in più occasioni. Nel 1844 Giorgio Paci, coadiuvato da Emidio, realizzò su disegno di Ignazio Cantalamessa ilMonumento all’abate Giuseppe Colucci (Fermo, Duomo), illustre storico delle antichità picene. Vi è rappresentata la mesta figura giovanile delGenio del Piceno, con una torcia rovesciata nella mano destra e una corona d’alloro nell’altra, sullo sfondo a bassorilievo di alcuni monumenti antichi che l’abate Colucci aveva pubblicato. Il diretto precedente iconografico del Genio è un capolavoro della scultura neoclassica quale ilMonumento a Chiara Spinucci, contessa di Lusaziaeretto da Domenico Cardelli nel 1794 nello stesso Duomo di Fermo, dove un Genio della Morte appoggiato all’urna del defunto, contro una piramide di marmo rosso, reca il motivo della face rovesciata, tratto dalla scultura funeraria classica e lodato da Winckelmann e Goethe.

Gli stessi elementi dall’antico si trovano nel bozzetto del Monumento di Cesare Vinci, dove il ritratto del defunto è collocato tra i simulacri di fanciulli del Genio della Morte, con la fiamma della vita rovesciata, e quello della Fama. L’opera è stata descritta nel 1929 dal Gabrielli, quando si trovava ancora presso i Vinci di Fermo: “In casa Vinci trovasi pure il bozzetto del monumento sepolcrale di Cesare Vinci, col ritratto del medesimo e alcune figure allegoriche, eretto dal Paci nella cappella gentilizia della villa di questa nobilissima antica famiglia, posseduta ora dall’architetto fermano Pompeo Passerini” (Gabrielli 1929, p.90).

Stefano Grandesso