Pelagio Palagi - Ritratto virile

Pelagio Palagi - Ritratto virilePelagio Palagi
(Bologna 1775 – Torino 1860)

Ritratto virile

Olio su tela, cm. 47 x 39

L’opera, non firmata, è stata attribuita a Palagi da Fernando Mazzocca che ne ha individuato lo stretto legame con la sua ritrattistica del primo periodo milanese.
Prima di affermarsi, attraverso le rassegne di Brera, come il pittore di storia in grado di temperare le novità del romanticismo hayeziano con il classicismo messo a punto negli anni romani, nel 1816 Palagi si stabilisce a Milano con l’obiettivo di colmare il vuoto lasciato dalla simultanea scomparsa di Appiani e Bossi, incoraggiato dalle numerose committenze che riceve in campo ritrattistico (cfr.Mazzocca 1990, pp.100 e ss.).

Su  questo versante si orienta verso un duplice registro, da un lato i più impegnativi ritratti ambientati (Ritratto del conte colonnello Francesco Arese, Osnago, Collezione privata;Ritratto del maggiore Pietro Lattuada, Milano, Ospedale Maggiore, ripr. in Poppi 1996, pp.262-263, nn.26, 36) che corrispondono alle esigenze “ufficiali” di autorappresentazione dell’aristocrazia o dei personaggi pubblici; dall’altro prosegue quella vena legata a una più immediata trascrizione del vero naturale già attuata durante il soggiorno bolognese del ’15 e ora ribadita dalla meditazione sulla fondamentale lezione bossiana del ritratto “intellettuale” esemplato dalla Cameretta portiana (Milano, Pinacoteca di Brera).
A questa seconda categoria appartiene il ritratto qui presentato, dove la “sprezzatura” esecutiva è la cifra di un’assoluta padronanza dei propri strumenti tecnici ma soprattutto il veicolo di un naturalismo privo di idealizzazione e in grado di fissare con rapidità sulla tela la dinamica psicologica e la qualità morale dell’effigiato, probabilmente un abate come indicherebbe l’abbigliamento.

Affine al non finito Ritratto di Petronio Montanari(Bologna, Galleria d’Arte Moderna, cfr.Ibidem, 1996, p.165) portato con sé a Milano come promemoria per una seconda redazione eseguita verso il 1816 (Bologna, Collezione privata) l’opera ne condivide, oltre allo sfondo astratto, la caratteristica resa di contorni e pieghe della redingote attraverso larghe pennellate scure e l’efficace scioltezza pittorica della capigliatura.

Stefano Grandesso