Pietro Canonica - L’abissoPietro Canonica
(Moncalieri 1869 – Roma 1959)

L’Abisso

Terracotta, cm 33,6 x 32,4 x 19

Firmato in basso a destra: P.Canonica

La terracotta costituisce il modello preparatorio per la scultura de L’abisso esposta da Pietro Canonica alla Biennale di Venezia del 1907 (Pica 1907, p.93), poi donata nel 1922, insieme ad un cospicuo numero di opere d’arte italiana contemporanea al Museo de Arte Italiano di Lima (Pancotto 1994, p.62). Il marmo, certamente terminato entro il 1906 (le opere inviate alla rassegna dovevano infatti essere notificate non più tardi del primo di gennaio dell’anno relativo alla medesima), venne originariamente modellato dallo scultore quale ornamento per il basamento del monumento funebre (poi mai realizzato) al musicista brasiliano Carlos Gomez Guarany (Cardano 1985, pp.165 – 166). Nel 1905 il gruppo, come ricorda Basile, “congegnato con arte già appariva nettamente da quell’abbozzo dove la figura virile usciva da un blocco ancora informe, come Adamo dalla creta”, assumendo così nel suo farsi “tale bellezza plastica che Canonica non volle più destinarlo alla patria del musicista” (Basile 1959).

Dell’opera – in cui potrebbe anche riconoscersi una raffigurazione allegorica dei danteschi Paolo e Francesca (Pancotto 1994, p.62) – esiste una seconda versione (conservata in collezione privata) di più grandi dimensioni che le ricerche ancora inedite di Fabrizio Magani hanno evidenziato essere quella esposta per la prima volta alla Biennale di Venezia del 1909 (Pica 1909, p.202) e pubblicata su “L’Illustrazione Italiana” del 1912 (fasc. III, p.29), e ulteriori repliche presso il Museo Canonica e la collezione Belloni di Roma.

Canonica “talvolta vuol giungere al patetico e al tragico e gli mancano le ali, perché altra è la sua indole” (Ojetti 1912, p.43). Questo il giudizio sferzante e ingiusto espresso da Ugo Ojetti nel 1912 sulla seconda versione de L’Abisso, a testimonianza dell’alterna e non storicizzata fortuna critica goduta dallo scultore, sui cui meriti artistici e la loro corretta valutazione si è abbattuta per decenni la censura futurista (accanitasi del resto anche contro Leonardo Bistolfi e Domenico Trentacoste, definiti da Ardengo Soffici il frutto di “quei tempi di trivialità artistica e letteraria, mista di saponeria dannunziana e preraffaellita”; Soffici 1929, pp. 251).

Oltre che eccellente e perito modellatore, in grado di raggiungere vette elevate di pittoricismo e delicatezza espressiva, Canonica è stato (insieme a Bistolfi con il quale condivise l’alunnato torinese sotto Odoardo Tabacchi all’Accademia Albertina) l’esponente di maggior spicco della stagione simbolista in Italia. Parallelamente alla scultura “impressionistica” di Bistolfi – tesa ad un fare spezzato e fluente e all’uso di una linea aperta in grado di inglobare lo spazio circostante, fondata sullo studio della Scapigliatura lombarda e di Giuseppe Grandi e affine ai modi di Burne Jones e Walter Crane – la materia plastica di Canonica si sottopone ad una “sublimazione lirica delle forme” (Negri Arnoldi – Caraci 1975, p.265) il cui fine ultimo è “studiare” – sono parole dello scultore stesso – “il vero nella forma più pura, concentrando in essa il massimo del sentimento” (Canonica 1908, II, p.376). Una forma pura e conchiusa quindi, decantata degli accidenti descrittivi e narrativi per aprire la strada al manifestarsi simbolico del sentimento e dei contenuti.

Francesco Leone