Aristodemo Costoli
(Firenze 1803-1871)

Sleeping Endymion 

carrara marble, height 116 cm

provenance: formerly in Florence and Parma, private collection

 

La statua in esame rappresenta un Endimione addormentato, soggetto già molto diffuso nel Rinascimento, ispirato alle Eroidi di Ovidio, ma che nel XIX secolo viene ripreso in scultura soprattutto in ambito canoviano. A questo proposito, possiamo ricordare come precedente di questa figura, non solo quello più celebre del maestro di Possagno, che lo raffigura in una posa più simile al noto prototipo antico, ovvero giacente, ma anche il gruppo di Carlo Andrea Triscornia, autore, intorno al 1797-1798, di un gruppo intitolato Diana e Endimione, nel quale il giovane pastore è semisdraiato su una roccia.
Rispetto a tali esempi, di un classicismo eroico e magniloquente nella fedele ripresa dei modelli antichi, questa statua presenta una fattura molto più morbida, una muscolatura appena accennata, unite ad una resa levigatissima del marmo come accarezzato: tutti elementi che ci portano verso i primi decenni del secolo, quando si andava affermando un linguaggio già purista e dunque ancora ispirato ai venerandi esempi della statuaria classica, specie nella trattazione del nudo, ma temperati dallo studio del vero naturale, filtrato attraverso la scultura del Rinascimento, secondo l’esempio di Pietro Tenerani a Roma e di Lorenzo Bartolini in Toscana. In base a queste considerazioni, e a riscontri documentari, pensiamo che il marmo sia da attribuire ad Aristodemo Costoli, scultore fiorentino, allievo di Stefano Ricci all’Accademia di Belle Arti, dove dal 1821 cominciò ad esporre i suoi primi lavori, purtroppo perduti. Nel 1828 vinse il pensionato quadriennale a Roma con il bassorilievo Mansilo e Cicomi che legano Sileno, di recente pubblicato da chi scrive con l’attribuzione al Costoli e tuttora conservato presso l’Accademia di Belle Arti (E. Marconi, Una presenza insolita e alcuni saggi di scultura inediti all’Accademia di Belle Arti di Firenze, in Il Valore del gesso come modello, calco, copia per la realizzazione della scultura, Atti del quarto convegno internazionale delle gipsoteche [Possagno, 2-3 ottobre 2015], a cura di M. Guderzo e T. Lochman, Crocetta del Montello [TV] 2017, p. 327, fig. 4). Il primo saggio di pensionato spedito in patria, dettato dal consueto repertorio mitologico imposto dalla didattica accademica e raffigurante Giove accarezzato da Teti, è stato anch’esso rintracciato presso l’accademia fiorentina (Matucci 2003, p. 9, nota 51), ma fu soprattutto grazie al Meneceo, esposto a Roma nel 1830 e poi inviato a Firenze dove si trova tuttora, (Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti), che il Costoli ottenne ottime recensioni e una fama duratura, testimoniata dalle numerose repliche marmoree, di cui ricordiamo quella presentata all’Esposizione Italiana del 1861. Il successo di quella statua permise al giovane artista di entrare nel giro delle commissioni granducali, come decoratore in stucco nella Sala da Ballo della Palazzina della Meridiana (oggi Museo del Costume e della Moda) e come autore della statua di Galileo Galilei, per la Tribuna della Specola. Del Costoli pittore ricordiamo una Santa Filomena per San Pietro a Careggi del 1830, di impronta bezzuoliana e due Autoritratti (uno alla Galleria d’arte moderna e l’altro nel Corridoio Vasariano).
Propri negli anni del suo apprendistato presso il Ricci, il giovane Aristodemo aveva modellato la sua prima statua in gesso, ispirata allo stesso soggetto che qui presentiamo e l’aveva esposta all’annuale mostra accademica del 1825, dove l’aveva ammirata lo stesso granduca (AABAFi, f. 15 [anno 1826], ins. 11, Minuta di Giovanni degli Alessandri del 8 febbraio 1826), ottenendo giudizi positivi ed il sostegno di Giovanni degli Alessandri, presidente dell’Accademia, il quale nel novembre di quello stesso anno firmò una supplica intercedendo presso il granduca, affinché il promettente allievo ottenesse i mezzi necessari per scolpire il suo Endimione addormentato (AABAFi, f. 15 [anno 1826], ins. 59, Lettera di Giovanni degli Alessandri del 29 novembre 1825). Che il sovrano avesse fin dal principio riconosciuto il valore del Costoli, sostenendone la carriera artistica, lo conferma una lettera del 24 marzo 1827 dalla Segreteria del Dipartimento delle Finanze, nella quale si concedeva il sussidio annuale richiesto dal senatore degli Alessandri a favore dello scultore, per continuare i propri studi, e si raccomandava inoltre che gli venisse fornito il marmo e gli utensili necessari per scolpire la statua dell’Endimione, una volta presentato il conto delle spese previste. Il giovane fu dunque incoraggiato a cimentarsi nella lavorazione del marmo anche affrontando una statua di maggiori dimensioni dopo la felice prova fornita nella ritrattistica con il busto di Galileo eseguito nel 1826 ed esposto nell’ottobre dell’anno successivo. L’incarico di stilare una perizia sulla cifra da stanziare per la versione marmorea della statua fu affidato al maestro Stefano Ricci, il quale in una minuta del 6 marzo 1827 valutò la spesa di lire 1200 comprensiva del costo dello sgrossamento del marmo e del trasporto del blocco a Firenze (AABAFi, filza 16, ins 19, lettera di Stefano Ricci del 6 marzo 1827 al Presidente dell’Accademia di Belle Arti).
Attualmente del gesso originale dell’Endimione si sono purtroppo perse le tracce e finora si era ritenuto che anche il desiderio dell’autore di vederlo tradotto in marmo si fosse definitivamente arenato, nonostante i suoi molteplici tentativi di far leva sulla benevolenza dimostratagli dal granduca, per ottenere l’ambito blocco marmoreo. Tuttavia, esaminando proprio i documenti di archivio ed in particolare quelli relativi al 1830, quando il nostro artista si trovava a Roma come borsista dell’accademia, apprendiamo – grazie ad un fitto carteggio intercorso tra lo scultore e l’istituzione accademica -, che nel luglio di quell’anno l’affare poteva dirsi concluso positivamente e che il Costoli aveva ottenuto il rimborso di 184 scudi romani da parte della Depositeria Reale per l’acquisto del blocco marmoreo. Sappiamo intanto che fin dall’aprile di quell’anno l’artista dovette abbandonare l’idea di trovare a Roma un pezzo di marmo di prima qualità e delle dimensioni richieste e di conseguenza propose di procacciarselo da Carrara facendo inviare nella capitale pontificia, “mano mano che pervenivano altri blocchi” per uno scultore inglese, avendo raggiunto un accordo con un negoziante carrarino operante in Roma per una cifra intorno ai 130 scudi romani, necessari per l’acquisto di un marmo delle dimensioni della statua e rispondente ai requisiti di prima qualità evidentemente richiesti dal committente. Questo riferimento ad un committente già pronto all’acquisto della statua dell’Endimione, dimostra quanto concreto fosse ormai il progetto. Quanto al nome dell’ipotetico acquirente, possiamo ipotizzare si trattasse del cavalier Pandolfini Gentili, il quale era agente per gli affari di Toscana in Roma ed é menzionato nella stessa lettera del Costoli (AABAFi, filza 19 (a. 1830), ins. 46, Lettera di A. Costoli a Giovanni degli Alessandri del 3 aprile 1830). A documentare le fasi finali della trattativa sull’acquisto del marmo sono alcune lettere che vanno dal 10 al 19 luglio del 1830, in una delle quali (datata al 13 luglio), lo scultore sollecita il nuovo presidente dell’Accademia, Antonio Ramirez de Montalvo, allo scopo di ottenere in tempi brevi la somma necessaria, essendo stato costretto a sottoscrivere una cambiale con scadenza imminente, pur di non perdere la possibilità di acquistare il marmo ad un prezzo conveniente. La richiesta del giovane artista venne prontamente esaudita come attesta la ricevuta da lui emessa il 17 luglio del 1830, a conferma di aver incassato la somma dovuta per pagare la cambiale.
Dalla corrispondenza citata si può intuire un felice esito della vicenda dell’Endimione, durata ben cinque anni, segnati dalle numerose difficoltà incontrate dallo scultore, a partire dal reperimento di un marmo di più buona qualità. A tale proposito, segnaliamo un’altra missiva del Costoli, risalente al giugno 1830, nella quale egli scriveva al Presidente dell’Accademia di aver trovato leggermente macchiato il marmo che aveva inizialmente scelto, ma che nel frattempo, si sarebbe imbattuto, presso lo stesso fornitore, in un altro blocco di pregevole fattura e di “buona pasta”, che gli sembrava più adatto del primo, anche perché di dimensioni inferiori, e quindi quasi corrispondenti a quelle del modello originale. Il nuovo pezzo, a dire del Costoli presentava solo una mancanza nella pianta, alla quale egli riteneva di poter facilmente sopperire rapportando, su suggerimento di un amico scultore, un pezzo di lastra marmorea. Riteniamo che proprio questo secondo blocco fu quello poi scelto definitivamente dal Costoli ed utilizzato per la redazione marmorea dell’Endimione qui esposta per la prima volta, dal momento che, sul retro della nostra figura, all’altezza delle scapole, risulta visibile la giuntura di un altro pezzo di marmo. In definitiva, lo scultore avrebbe utilizzato un blocco di marmo di Carrara, lacunoso ma di eccellente qualità, e avrebbe risolto tale lacuna con l’aggiunta di una lastra, operazione che risulta compatibile con la scultura qui in mostra. Se lo spoglio della documentazione d’archivio risulta fondamentale per l’identificazione di questa statua come opera del Costoli, anche certe analogie stilistiche con altri lavori dello scultore ci confermano la correttezza dell’attribuzione. Basti infatti confrontare l’esecuzione del giovane pastore addormento, in particolare la resa della capigliatura ben spartita in ciocche serpentinate, con quella del Meneceo, il più importante saggio eseguito durante il pensionato romano ed esposto proprio nell’autunno del 1830, proprio quando il giovane Aristodemo si accingeva a tradurre in marmo l’Endimione. O ancora, pensando ad anni più avanzati, la perduta statua del Primo dolore, commissionatagli dal marchese Ala Ponzoni evoca il ricordo dell’Endimione di un decennio precedente, nella posizione dei piedi incrociati e anche nell’attitudine mollemente rilasciata. Osservando poi il volto innocente del giovane pastore, notiamo come i suoi lineamenti delicatissimi ricordino altre figure del Costoli, quali la Povertà (Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea; cfr. Matucci fig. 64) concepita per il Monumento ad Angelica Catalani (Pisa, Camposanto) una fanciulla dalla posa ugualmente abbandonata, le cui labbra sottili sono dischiuse in modo analogo all’Endimione, sebbene con significato diverso: nella fanciulla nell’intento di sussurrare una preghiera, nel giovinetto nel naturale movimento del respiro durante il sonno. Questi confronti stilistici e la conseguente attribuzione dell’Endimione al Costoli nascono da pensieri condivisi con Benedetta Matucci, autrice dell’unica monografia sullo scultore, che colgo l’occasione per ringraziare della disponibilità e dei preziosi consigli.

Dott.ssa Elena Marconi

Bibliografia
Archivio dell’Accademia di Belle Arti di Firenze [da ora AABAFi], filza 14 (anno 1825), ins. nn. 4, 59
AABAFi, filza 16 (anno 1827), ins. nn. 14, 19
AABAFi, filza 18 (anno 1829), ins. n. 21; filza 19, ins. nn. 46, 85
AABAFi, filza 19 (anno 1830), ins. n. 46, Carteggio per l’acquisto del marmo per iscolpire la statua dell’Endimione
S. Pinto 1972 in Cultura neoclassica e romantica nella Toscana granducale, catalogo della mostra (Firenze Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti 1972), a cura di S. Pinto, Firenze 1972, pp. 193-194
B. Matucci, Aristodemo Costoli e uno scolopio innamorato del Bello, in “Artista”, 2001, pp. 116-141
B. Matucci, Aristodemo Costoli “religiosa poesia” nella scultura dell’Ottocento, Firenze 2003